Provateci voi ad essere Sarri

Provateci voi ad essere Sarri

Napoli padrone del gioco anche a Istanbul, nonostante il clima infuocato della Vodafone Arena. Mister Sarri blocca il Besiktas a centrocampo, costringendo i turchi al baricentro basso. Il rigore generoso poteva compromettere le sorti della partita, ma una perla di Hamsik mantiene il Napoli in testa al girone

@Saverio Nappo

NAPOLI- «Il recupero delle giuste distanze e di una fase difensiva importante sono il preludio al miglioramento anche nella fase offensiva. Abbiamo ripreso a giocare da squadra». È Maurizio Sarri che parla, nella sala stampa della Vodafone Arena, casa del Besiktas. Lo guardo, lo osservo, seduto a centinaia di chilometri lontano da lui. In silenzio religioso, immerso nel caos festoso del contesto in cui mi trovo. Il mister è sotto pressione, non ne può più. È la prima volta che prova queste sensazioni, forse nemmeno se le aspettava o, magari, non pensava che fossero vere. Magari ha sempre creduto che “la pressione” era solo una delle scusanti più in voga tra gli allenatori, una via di fuga facile da imboccare nel momento del bisogno. Invece no, è tutto vero. È il calcio moderno, vittima delle televisioni, dove le aspettative vengono annaffiate con benzina e date alle fiamme. È il 2 novembre, il suo Napoli è quinto in serie A, alla decima giornata a 3 punti dal secondo posto -piazzamento dello scorso anno- occupato dalla Roma. È primo nel girone B di Champions League. Ha giocato spavaldo allo Stadium quattro giorni fa ed è andato a spiegare cosa significhi fare calcio, in Turchia, in mezzo alle fiamme.

Mister Sarri è stato provocato dai tifosi della tribuna per tutti i 90 minuti
Mister Sarri è stato provocato dai tifosi della tribuna per tutti i 90 minuti

Lo osservo. Parla ai giornalisti che cercano una breccia nel suo muro per poterlo abbattere. Gli parla, sotto assedio continuo e costante, ed è calmo. Sembra che non chiuda gl’occhi nemmeno per permettere l’idratazione automatica delle pupille, per non perdere il contatto con le parole, con gli sguardi dei suoi interlocutori per non perdere il contatto con la realtà che, ad un tratto, si è trasformata in qualcosa di spigoloso, complicato. Nella sera dell’infortunio di Arek Milik, a Varsavia, me lo immagino a casa sua, avanti ad un monitor suddiviso in tanti piccoli occhi puntati sui campi in cui erano impegnati i suoi ragazzi. Me lo immagino, silenzioso, con la testa tra le mani e gli occhi spalancati e neri. La sigaretta abbandonata nel posacenere, sul tavolino basso, avanti il divano. La sua unica vera punta, il ragazzo prodigio che stava cancellando a suon di goal l’ingombrante nome di Higuaìn dai ricordi dei napoletani, era steso a terra, dolorante. Crociato, cinque mesi, tutto vero. Maledizione. È come se gli avessero fischiato le orecchie, squarciando la sua quiete, straziando le sue certezze.

La reazione di Sarri alla palla del goal vittoria sprecata da Mertens allo scadere
La reazione di Sarri alla palla del goal vittoria sprecata da Mertens allo scadere

Lo osservo. Parla, sembra lui. Ma non c’è. È come se avesse costretto “il suo vero io” dentro una cella murata. Cercare una soluzione non basta, trovarla dal nulla nemmeno. Il tifoso è sempre insoddisfatto di qualcuno o qualcosa, infettato dal virus della modernità che sta seppellendo la passione sotto tre metri di opinioni sbagliate. Giocare senza un attaccante ed avere, in cantiere, gli uomini giusti per tutti i moduli che presuppongono la presenza del 9. O del 99, fate voi. Essere Maurizio Sarri, in questo momento, non è facile. Bisogna curare i dolori del giovane Manolo, bisogna forzare i tempi di inserimento dei giovani brillanti prospetti arrivati per anestetizzare la piazza nel post-Higuaìn, bisogna asciugare le ferite dell’orgoglio di Jorginho, gestire il ginocchio di Maksimovic. Lui risponde alle domande che gli scivolano addosso come un flusso d’aria su una fusoliera di un aereo che va, in moto rettilineo uniforme. Ha lo sguardo assente, io l’ho visto. È già a Castel Volturno che parla a Dries Mertens. Gli supplica l’ennesimo sacrificio, l’ennesimo miracolo di adattamento. È a Castel Volturno anche se il suo volo non ha ancora lasciato Istanbul.

Gabbiadini titolare a Istanbul è la dimostrazione della fiducia di Sarri
Gabbiadini titolare a Istanbul è la dimostrazione della fiducia di Sarri

Gabbiadini titolare, tra Insigne e Callejon. Maksimovic per Chiriches. Poi il blocco di sempre, confermato. La Vodafone Arena è la sala d’attesa tra il Purgatorio e l’Inferno. Perdere qui sarebbe prassi per molti. Il Besiktas non aveva ancora perso nel suo nuovo stadio, il BJK İnönü trasportato nel futuro. Maurizio pretende il possesso del gioco, si da subito. Con la calma proverbiale che si addice ad un maestro di vita, guida i suoi ragazzi fuori dal tunnel, lontano dai tiratori scelti, appostati sulle tribune, sempre più spoglie di tifosi veri. 14 tiri in porta, 86%di passaggi riusciti, 12 chiare occasioni da goal create, 20 cross, 131 passaggi realizzati in più dei padroni di casa. Il dominio territoriale è reso parzialmente vano dalla forzata sterilità nella zona nevralgica della manovra d’attacco. Non è un caso che, ad esempio, nelle ultime 4 partite stentiate a ricordare una rete realizzata nella fascia centrale dell’area di rigore. Il processo di adattamento di Gabbiadini è lento. Rappresenta una zavorra, per se e per i suoi. Maurizio lo sa. Lo sapeva. Però ci crede. Si schiera a protezione della sua punta adattata. Lo incita, lo sprona, lo fa servire così come si servono i campioni, così come era servito il 9, così come era servito il 99.

Dicono che si nasconda, nei big match. Dicono.
Dicono che si nasconda, nei big match. Dicono.

Lo osservo, seduto e pensieroso -proprio come lui-, in quella sala stampa sovraffollata. Gli descrivono la perla di Marek Hamsik, aggiungendo che grazie a quella prodezza da cineteca i suoi si sono salvati. Sorride composto, mentre la bile mi corrode lo stomaco. Maurizio lo sa che tutto ciò fa parte del gioco a perdere in cui deve fare a sportellate fino alla fine della partita. Fa parlare, ascolta. Intanto prepara già il prossimo miracolo evolutivo del pallone. Provateci voi a inventare una squadra che segni 9 reti in 6 partite (di cui una contro la Roma , una contro la Juve e due in Champions League), senza una punta centrale, con in campo giocatori sacrificati alla coerenza tattica e con una platea di insoddisfatti cronici contro. Fareste solo silenzio.

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