Gelsomina Verde, per lo Stato, non è una vittima innocente di camorra

Gelsomina Verde, per lo Stato, non è una vittima innocente di camorra

La ragazza fu torturata ed arsa viva all’interno della sua auto solo per una lontana parentela con un esponente di una fazione avversa al clan di Lauro. La famiglia, per questo e per un altro motivo, non avrà diritto ad alcun risarcimento

NAPOLI – Lo Stato ed il Ministero degli interni non hanno riconosciuto alla famiglia di Gelsomina Verde  l’indennizzo elargito per le vittime innocenti della criminalità, sostenendo che non ne avevano diritto. La notizia è stata riportata oggi dal Corriere del Mezzogiorno. La ragazza fu vittima di un atroce omicidio: sequestrata, torturata e poi data alle fiamme ancora in vita nella sua auto. Ad eseguire l’atroce cimine, esponenti del clan Di Lauro durante la prima faida di Scampia, nel 2004. Volevano estorcerle segreti che lei non conosceva e fu punita con la vita. Contro di lei adesso, a distanza di 13 anni dal brutale omicidio, ci si mette anche la burocrazia. L’avvocatura dello Stato e il ministero degli Interni non hanno riconosciuto alla sua famiglia l’indennizzo elargito per le vittime innocenti della criminalità, sostenendo che non ne avevano diritto.

Una storia paradossale se si pensa che la Direzione distrettuale antimafia, sin dalle prime battute dell’inchiesta che ha portato ad una condanna all’ergastolo per uno dei killer, aveva riconosciuto Gelsomina come estranea ad ogni logica criminale. È successo perché uno dei cugini di secondo grado di Michele Verde, padre di Mina, aveva avuto precedenti penali di natura associativa. Un familiare che non frequentavano, che non vedevano mai, che abitava in una altro comune e che il 20 maggio del 2008 era morto. Questa parentela è stato un motivo ostativo per la concessione dell’indennità che l’avvocato Liana Nesta, che rappresenta la famiglia di Mina, avrebbe voluto per la mamma della giovane vittima affinché potesse lasciare San Pietro a Patierno e avere la possibilità di rifarsi una vita lontana dal quel luogo che le ricorda ogni giorno sua figlia e le torture che ha dovuto subire.
C’è poi un altro punto dolente e riguarda il risarcimento che Cosimo Di Lauro, considerato il mandante di quell’agguato, ha pagato alla famiglia di Gelsomina. Si erano costituiti parte civile nel processo in Corte d’Assise ma l’imputato, per mezzo dei suoi avvocati Saverio Senese e Vittorio Giaquinto, aveva fatto sapere che pur essendo estraneo ai fatti (la Corte d’Assise d’Appello lo ha poi assolto dall’ergastolo rimediato in primo grado), era pronto a risarcire con 300mila euro la famiglia. L’avvocato Nesta si è accertata subito che quei soldi erano di natura lecita in quanto frutto di un risarcimento che una compagnia assicurativa aveva fatto a Di Lauro jr dopo un incidente in moto. Tuttavia- prosegue il Corriere del Mezzogiorno- la scelta, legittima e prevista dalla legge, di accettare quei soldi è stata determinante nella mancata concessione dell’indennizzo alla famiglia di Mina. Ma non è ancora finita. L’ultima battaglia sarà il 21 dicembre davanti alla quinta sezione penale del giudice monocratico di Napoli chiamato a pronunciarsi sull’appello della famiglia di Gelsomina.