Ivan Graziani, il cantautore di provincia che cantava dell’amore giovane

Ivan Graziani, il cantautore di provincia che cantava dell’amore giovane

Bisogna essere di Provincia, venire dalla Periferia per poter vivere in un certo modo le esperienze



ivan graziani

GIUGLIANO – Bisogna essere di Provincia, venire dalla Periferia per poter vivere in un certo modo le esperienze: chi vive da sempre nell’agio, economico ed intellettuale ha, spesso, certezza e, forse, presunzione
di pensare che tutto, anche fuori dalle proprie mura, sia sempre uguale.
Il confronto è bello per questo: la conoscenza diviene ricchezza, se mezzo per ingrandire il proprio bagaglio, scoprendo culture e modi di vivere. Il confronto, talvolta, può essere anche romantico: se i protagonisti si piacciono a tal punto da superare ogni distanza, da esso può nascere persino amore.
Ivan Graziani era un cantastorie che veniva dalla Provincia e che amava raccontare episodi da angolature particolari, soffermandosi su descrizioni autentiche e sagge morali. Era il 1977 quando il giovane Ivan pubblicò “I lupi. La prima canzone del lato B era “Lugano, addio”, un dolce minuetto condotto da una voce flebile e quasi trascinata, che racconta una storia d’amore da una prospettiva che sa quasi di novellistica: lui, provinciale e semplice; lei, colta, disinibita e delicatamente bella. Entrambi innamorati l’uno dell’altra e con tanta voglia di viversi. Disse il cantautore prima di riprodurre il brano: “la canzone che faccio adesso si chiama ‘Lugano, addio’. C’è veramente poco da spiegare: è una storia abbastanza semplice di un ragazzo del sud e di una ragazza del nord. Chiaramente si innamorano: il che è una cosa normalissima. L’uno si
innamora soprattutto di quello che l’altra rappresenta e cioè di un mondo totalmente diverso dal
suo.” Il titolo del componimento è preso dal ritornello della canzone di lotta anarchica che Marta, la
protagonista, era solita canticchiare, in nome dei racconti del padre idealista e coraggioso che aveva saputo trasmetterle la giusta passione per le battaglie politiche.

Alla fine del milleottocento l'anarchico giornalista Pietro Gori venne accusato dalla stampa
borghese di aver preso parte all’omicidio del Presidente francese Sadi Carnot. Per evitare una dura
condanna, scappò dall’Italia, trovando rifugio in Svizzera, precisamente a Lugano. La sua permanenza non durò molto e, insieme a diciassette esuli, prima di essere espulso, passò due settimane in carcere. In quel tempo compose quello che è uno degli inni dell’anarchia dell’epoca: “il canto degli anarchici espulsi”, divenuta, poi, la popolare “addio, Lugano bella”.
Cosa ne sa Marta coi suoi “seni pesanti”, chiaro segno di crescita e fuga dalla fanciullezza, e candida nel suo rassicurante modo di vestirsi con “scarpe da tennis bianche e blu e la giacca a vento” di lotte e di diritti? E cosa ne sa chi, seduto alle rive del lago, le stringe la mano sognando le sue labbra rosse e cantando canzoni? Troppo semplici e smaliziati per non rendersi conto di appartenere a due mondi diversi e diametralmente opposti, e troppo fiduciosi nella vita per credere che ciò non possa rappresentare un ostacolo. Le parole di lei sono incomprensibili agli occhi di chi ha visto lavorare il padre tra “le reti al sole, i pescherecci in alto mare, conchiglie e stelle, le bestemmie e il suo dolore”. Di risposta è tratteggiato, così, un mondo in antitesi, tanto lontano quanto inimmaginabile da lei: come in una gouache, viene dipinto un padre pescatore attorniato da una dimensione semplice basata sul lavoro ed il sacrificio.
Sullo sfondo, dunque, piani completamente diversi, ma uniti solo dal tratto di due giovani che molto semplicemente si piacciono, si attraggono e si desiderano.
Il pregnante senso politico di “Addio, Lugano bella” viene eliso del tutto. Rimane la canzone nella canzone, rimpicciolita a semplice intro, anzi a sottofondo, per un amore candido che è troppo innocente per apprendere alti messaggi, troppo puerile per ignorare distanze sociali, troppo dolce per non essere vissuto mano nella mano, specchiando le proprie fanciullezze nel Lago di Lugano.