L’Ammazzacaffé – Lucio Battisti: il cantautore dal foulard al collo che cantava solo d’amore

L’Ammazzacaffé – Lucio Battisti: il cantautore dal foulard al collo che cantava solo d’amore

A distanza di venti anni dalla scomparsa del cantautore si è più che mai scevri da ogni valutazione di contorno politico e si sorride alle critiche dell’epoca, semplicemente contestualizzando


lucio battisti

#ammazzacaffé – Tutto poteva ammettersi, ma non le canzoni d’amore.

Anno 1978: Lucio Battisti pubblica “Una donna per amico” nel pieno della stagione dell’impegno e attira l’ira di una parte della stampa.
I testi del cantautore ricciuto e dal foulard al collo erano improntati all’intimismo, all’introspezione, all’esplorazione – a quei tempi ancora incompleta – del pianeta donna ed alle più romantiche divagazioni sul sapore malinconico del sentimento. L’artista, in buona sostanza, veniva accusato di trascurare nelle proprie produzioni artistiche il lato “politico”, tipico della canzone d’autore, preferendo argomenti su sentimenti e rapporti interpersonali. Venne, perciò, additato come cantautore troppo “rassicurante” a dispetto di tempi grigi in cui era d’uopo parlare (e cantare) di tutto, ma non di emozioni.

La verve di Lucio, allora, non veniva sempre apprezzata perché giudicata scontata, smielata e ricca di cliché. Il confronto con gli austeri Guccini, Bertoli, Pietrangeli per tematiche e lessico non poteva reggere; e nemmeno si osava immaginare paragone con altri cantautori come Rino Gaetano o Dalla, i quali testi erano intrisi di irriverenza verso il potere, la sessualità e l’amore stesso. Lucio Battisti, così, per i critici del tempo, divenne l’autore soft, disimpegnato, forse sperimentale e certamente sfuggente dalla realtà e da ogni accenno di contestazione. Insomma: niente urla, nessun nemico, alcuna lotta. Solo narrazioni d’amore, variamente raccontate attraverso nomi di donne, gelosie e sofferenze ed accompagnate da minuetti dalle memorabili ouvertures, da rapsodie ben ritmate o addirittura dal leggero rock.

“Aver paura di innamorarsi troppo” è, di per sé, un titolo d’antonomasia, un soliloquio dolce e timido, che contiene lo sfogo di un innamorato.

“Aver paura d’innamorarsi troppo

non disarmarsi per non sciupare tutto

non dire niente per non tradir la mente

è un leggero dolore che però io non so più sopportare.

Non farsi vivo e non telefonare

parlar di tutto per non parlar d’amore

cercar di farsi un po’ desiderare

è proprio un vero dolore”lucio battisti

Chi è o è stato innamorato conosce bene il piacere dell’empatia, ma anche il peso delle piccole (o grandi, dipende) ansie che anche un primissimo segnale di distacco può provocare. Il dolore di cui si parla, perché di dolore si tratta, può essere compensato solo dalla reciprocità amorosa, ma il nemico principale, ovvero il dubbio che tutto possa in un attimo crollare, è dietro l’angolo. Chi, allora, si crede forte ed abile nella gestione del proprio sentimento, si inganna da solo. Queste specifiche tematiche rendono il brano, a distanza di quasi quaranta anni, più attuale che mai. A distanza di venti anni dalla scomparsa del cantautore si è più che mai scevri da ogni valutazione di contorno politico e si sorride alle critiche dell’epoca, semplicemente contestualizzando. Si apprezza, pertanto, in maniera assoluta e senza interferenze storiche, ogni minuetto condotto con voce flebile che rimarca le parole poggiate al microfono con dolcezza, forti sì, ma timidamente espresse.

La voce di Lucio era un secondo strumento: avrebbe potuto cantare anche senza arrangiamenti; la sua sonorità sarebbe arrivata comunque al cuore degli innamorati del tempo come certamente arriva ai romantici di oggi che, in quanto tali, cercano e trovano rifugio o certezza in un lessico che sembra selezionato proprio per sé e per il proprio caso. Non c’è tempo, né epoca storica per l’amore: chi ama, non vuol sentire ragioni. E Lucio non può che essere ricordato, dopo venti anni da quel cruciale Settembre ‘98, come un profeta silenzioso che, timido e schivo, si preoccupava solo di diffondere nell’aria la leggiadria dei suoi componimenti.