Licola: dai fasti al declino sul litorale tra Giugliano e Pozzuoli

Licola: dai fasti al declino sul litorale tra Giugliano e Pozzuoli

Laddove trovò riposo uno degli eroi delle conquiste romane, oggi trova spazio un posto quasi immaginifico, dall’apparenza quasi apocalittica


GIUGLIANO/POZZUOLI – Licola è una località di mare, compresa tra il litorale giuglianese e quello di Pozzuoli.
Qui c’era il mare bello, che ai tempi dei romani rendeva questa zona una meta esclusiva. Licola e tutto il litorale domitio era luogo di divertimento per le élites del Tempo – una sorta di Porto Cervo ante litteram, per intenderci -. Qui le ville – le domus – abbondavano ed erano maestose nelle rifiniture e nelle strutture interne perché i nobili, o i più ricchi, ambivano a guadagnare questi luoghi, che definivano amoeni, per recuperare energie.

Tra i tanti che qui preferirono stanziare le mura della propria abitazione ci fu Scipione, detto l’Africano, che addirittura decise di auto esiliarsi dopo essere uscito vittorioso da una campagna in Africa e, nonostante ciò, non aver ricevuto altro che feroci critiche ed accuse di corruzione. Questi fece scrivere sulla tomba “Ingrata Patria non avrai le mie ossa”. Il tempo, poi, cancellò buona parte dell’epitaffio, lasciando sulla pietra solo “Patria”. Da qui il nome – attuale – della frazione di Licola, "Lago Patria".

Liternum – era questo il nome antico della florida località (che non ha nulla a che vedere con l’attuale Villa Literno) – ospitò così una spettacolare dimora di cui oggi non v’è alcuna autentica
traccia se non una postuma costruzione messa in piedi dalle smanie propagandistiche e strumentali del Ventennio.  L’opera revisionista del Regime, infatti, ebbe particolarmente a cuore la storia di Scipione, soprattutto per coprire di ricorsi storici quella che fu la colonizzazione fascista del Corno d’Africa degli anni ‘30.

Era una luogo spettacolare, Liternum, quasi un topos ideale, perché pura ed incontaminata da ogni abuso rurale tipico di Roma e della grande città. Col tempo Licola è stata sventrata ed amministrativamente divisa tra due o più realtà. Venne la Guerra, o meglio il Dopo Guerra, e la colonizzante impellenza degli americani di ricreare
nei dintorni della base Nato di Pozzuoli la stessa accoglienza dei propri posti nativi: ancora oggi è facile notare, infatti, da queste parti grandi automobili americane dalla targa “AFI” (acronimo di “Allied Force in Italy”) posteggiate negli spiazzi di grandi edifici adibiti a “saloon” tipicamente statunitensi così come è nettamente più agevole riuscire a reperire ristoranti di carni particolari e di condimenti certamente poco indigeni, chiaramente ad uso e consumo dell’Alleato.

Il Villaggio Coppola fu, allora, l’unica implosione concessa ai costruttori autoctoni: negli anni cinquanta ci si era promessi di dare a Licola il lustro del potenziale che aveva, senza ovviamente potere minimamente prevedere il degrado ed i mercimoni degli anni a seguire. Il racconto della storia di Licola non può non passare per un cenno al famoso “Festival del Proletariato Giovanile” del 1975, quando un tripudio di migliaia di ragazzi giungeva da tutta Europa a riempire, per un lungo week end tardo estivo, una immensa piana che arrivava fino alla spiaggia.

Sul palco irruenti artisti: i Napoli Centrale, Battiato, De Gregori, gli Atomic Rooster … Sponsorizzavano l’evento dei cartelloni dalle grandi lettere tracciate a mano, che all’epoca venivano chiamati i “dazibao” o “tazepao” per invitare la gente a quattro giorni di politica, di musica, di festa. Prendeva forma, così, più affascinante degli avvenimenti musicali (e non solo) della storia degli ultimi quarant’anni italiani: la nostra Woodstock.

Anni ‘80 e le emergenze Terremoto: Licola cominciò a popolarsi, per meglio dire a subire uno spaventoso sovraffollamento per effetto delle fughe dalle zone metropolitane più colpite dal Sisma.

Il climax discendente di Licola è parso non arrestarsi nemmeno col sopraggiungere degli ultimi tempi. Tutt’altro: alla situazione imbarazzante in cui versava il posto non è mai stato posto un freno e si è continuato a fare male, ancora, con lo sversamento dei rifiuti, il blocco edilizio della Camorra e la prostituzione.

L’acqua del lago di Patria adesso è nera.

«Sono anni che facciamo lettere, esposti alla Procura della Repubblica, incontri pubblici, tavoli istituzionali e comunicati stampa, ma le cose non cambiano. L’alveo dei Camaldoli e tutti i canali pluviali che confluiscono nella stessa foce continuano a vomitare sistematicamente rifiuti sulla nostra spiaggia di Licola, soprattutto dopo le abbondanti piogge. Ora è giunto il tempo delle decisioni e della concretezza». Meno di un anno fa, queste la parole del sindaco di Pozzuoli Vincenzo Figliolia, in seguito ad una conferenza stampa per denunciare per l’ennesima
volta il degrado che appartiene a questi luoghi. Detriti, bottiglie e pezzi di plastica, tronchi, pneumatici, guaine bituminose, animali morti, elettrodomestici e finanche carcasse di auto che intasano i canali e invadono
l’arenile determinando una condizione igienico-sanitaria ad alto rischio per cittadini e bagnanti.

Tutto accuratamente riportato in un dossier fotografico che mostra lo stato di incuria. Da parte della Regione, ovviamente, la solita storica retorica risposta agli allarmi di condivisione della denuncia e della necessità di instaurare un serio piano di intervento.

Naturalmente il concreto è sotto gli occhi di tutti. Nulla cambia. La notizia di qualche anno fa proveniente dalle dichiarazioni da un collaboratore di giustizia, inoltre, rendono oltremodo tangente il fenomeno dell’imperversare della Camorra. Negli anni ’80 i residui industriali dell’Italsider furono stanziati in alcune cave presenti sul Territorio. Il Clan Mallardo gestì un affare di appalti e costruzione di duecento cinquanta villette acquistate, poi, da gente perbene che oggi ha scoperto praticamente che la propria abitazione “galleggia” su un mare di rifiuti probabilmente tossici.

Qui, anzi anche qui, abita la Terra dei Fuochi, uno scempio creato da chi non conosce né limiti né vergogna sulla scorta di interramenti e sotterramenti che ha già procurato danni. Il meccanismo di parte dell’Opinione Pubblica è sempre il medesimo: l’informazione si allerta, si mobilita e denuncia. Si va avanti per giorni e settimane e poi tutto torna come prima.

Che Licola torni ad essere quel posto bucolico ed incontaminato – dove ancora oggi la tradizione della Tammorra giuglianese (genere di musica popolare da cui Roberto De Simone pare, peraltro, abbia preso spunto per le sue opere) vive, esibendosi, nei ritrovi tipici nel Martedì in Albis – non può che apparire come un’utopia, perché la denuncia qui involge tutto e comprende quasi tutte le manifestazioni criminali.

Che questa denuncia non resti tale, ma che venga urlata e che la si porti a chi ha potere, non soltanto di rassicurare.
Che si salvi Licola e che la si porti al potenziale cui merita di giungere, senza lasciarla logorare dall’ignavia.