Una notte al Cardarelli: zero personale, pazienti in attesa e clochard

Una notte al Cardarelli: zero personale, pazienti in attesa e clochard

NAPOLI – Quasi non fa più notizia l’elenco dei disservizi degli ospedali campani. I nosocomi partenopei sono tra i migliori in Italia, eppure si distinguono per la scarsità di personale. Povero lo sventurato di turno che finisce per urgenza al Pronto Soccorso. Pazienti in attesa di essere visitati e di ricevere cure.


Una notte di fine giugno all’ospedale Cardarelli non si augura a nessuno, soprattutto se accade nel week end. Ci sono più pazienti al Pronto Soccorso che clienti nelle pizzerie. Facile l’arrivo a tavola di una margherita, ardua, invece, la visita di un medico. E non importa che sia un codice bianco, verde, giallo o rosso. Sirene di ambulanze in arrivo e clacson di automobili che trasportano parenti con tutti i sintomi di un arresto cardiaco. Tra una febbre da cavallo e il valore di emoglobina a rischio trasfusione, chi arriva in ospedale è costretto ad aspettare.

Un solo medico a detta dei parenti dei pazienti che ieri hanno affollato il pronto soccorso del Cardarelli. Pochi infermieri e tutti a darsi da fare per intervenire sugli ammalati. Ma non basta. Arriva un codice rosso, una donna vittima di un incidente deve subire un intervento chirurgico. Rianimazione per un ventenne vittima di una sparatoria. Avrebbe rapinato con la complicità di tre amici un supermercato di Quarto. Scatta il conflitto a fuoco, dopo essere stati scoperti da un carabiniere in borghese. Due su quattro sarebbero stati colpiti. Incensurati e senza precedenti penali, vengono trasportati dall’ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli al nosocomio di via Antonio Cardarelli. È caos. Arrivano i parenti dei giovani in lacrime. Amici dei rapinatori in urto con le forze dell’ordine.

Intanto continuano ad arrivare gli ammalati. Stazionano sulle barelle lungo le corsie. I familiari dei singoli pazienti alzano la voce e si scontrano verbalmente con la Polizia di Stato, che vigila all’ingresso.

“Voglio sapere che cosa ha mio padre” – dice una ragazza. “Vorrei capire perché quella donna può stare dentro accanto a suo figlio ed io non posso stare vicino a mia madre” – dice, invece, un signore. 

“I poliziotti si vendono per un paio di caramelle al caffè. C’è chi entra ed esce dall’O.B.I. dove c’è anche mia mamma – dice una donna  – Da sei ore aspetta i risultati dei prelievi di sangue e non mi fanno entrare perché dicono che ci sono i medici. Ma dove stanno questi dottori? Non se ne vede uno da ore. È passata la mezzanotte e mi hanno detto che a quell’ora ci avrebbero informati attraverso un bollettino. Un infermiere mi ha detto che nella notte dei fine settimana di giugno scarseggia il personale. È assurdo. C’è chi non ha urgenza ed è già stato visitato. Se non hai santi in Paradiso, devi aspettare”. 

Ed è nell’O.B.I. che vengono sistemati alcuni casi più urgenti. Si tratta della sala di breve osservazione intensiva. “Breve si fa per dire – afferma un uomo – Dopo dodici ore mia madre è trasferita da lì nel reparto”. 

C’è chi lamenta di aver visto il personale entrare e uscire con contenitori di pizze e sacchetti di fritturina. “Pensano a sfamarsi – dice un ragazzo preoccupato per le condizioni del suo papà – Noi non possiamo entrare, perché portiamo virus. Loro, invece, possono attraversare la strada con le stesse ciabatte ospedaliere. È un paradosso”.

Intanto nella saletta dove attendono i parenti dei pazienti, dormono i senza tetto. Sei è il numero di quelli sdraiati sulle sedie. Zainetti e buste contenenti gli omaggi dei benefattori fungono da cuscini. Uno dei clochard è su una barella con il piede ingessato. Secondo alcuni è un habitué del Pronto Soccorso e, forse, approfitta della barella per sdraiarsi giusto qualche ora. Alle sette in punto di questa mattina hanno usato i bagni dell’ospedale, lasciando la struttura, presso la quale torneranno a dormire questa notte. E chissà se domenica sera si ripeterà la stessa “febbre del sabato sera”.