Professione ambulanti sul litorale giuglianese. “Mamma da grande voglio fare il vù cumprà”

Professione ambulanti sul litorale giuglianese. “Mamma da grande voglio fare il vù cumprà”

GIUGLIANO – Spiagge affollate quelle del litorale giuglianese durante lo scorso week end. La pioggia pomeridiana non ha fermato i bagnanti che si sono recati al mare. L’ultima crisi economica ha ridotto la possibilità a tante famiglie di permettersi una vacanza. E con l’arrivo dell’estate Varcaturo e Licola diventano la meta privilegiata di molti.


Destinazione di ristoro per chi intende riposare dopo una settimana di lavoro. Un elevato numero di genitori lascia i propri figli in custodia degli animatori. Relax semi assicurato, invece, per chi intende rilassarsi su un lettino in riva al mare. Ebbene sì, la quiete è interrotta da fischietti ad alternanza continua. Sono i venditori ambulanti e i vù cumprà che annunciano il proprio passaggio. Certi approdano con ceste cariche di ogni specie di prodotto alimentare, altri con carretti. Propinano bibite fresche, succhi e varietà di gelati.

Le migliori granite si possono acquistare da “Gianni”. Si tratta di una sorta di azienda di famiglia che, da oltre trent’anni, gira sul bagnasciuga di Varcaturo. Da sei anni il figlio di Gianni ha preso il suo posto. È di Melito e si fa accompagnare da un amico disoccupato. “Sono mobiliere – dice il giovane – per tre mesi all’anno vendo granite. La mia giornata inizia alle 6 quando vado a comprare il ghiaccio. Due ore dopo siamo in spiaggia pronti a trasportare il carretto. Il mio amico faceva il piastrellista, è stato licenziato, adesso mi aiuta. La nostra giornata finisce verso le 18,30. Mi piace questo lavoro, ho anche i miei clienti fissi. Produciamo granite che piacciono a grandi e piccini, questo ci soddisfa”. 

Gli ambulanti del litorale non hanno riposo settimanale, lavorano dodici ore al giorno. Particolarmente atteso dai bagnanti è il passaggio del più simpatico venditore di cocco: lo chiamano “Coccolatevi”. Attraversa la sabbia rovente con i suoi anfibi scuri, indossa occhiali da sole, gira con una kefiah o una fascia colorata per riparare il capo dal calore, alterna una collana floreale col cappello da cowboy. Al ritmo di tammorra intona canzoncine in dialetto napoletano. “Se mangi il cocco l’abbronzatura ti dura fino a Natale” – ripete mentre distribuisce i sacchetti facendo ridere i clienti. Fa questo lavoro da quarant’anni il signor G. e ogni estate reinventa il repertorio di cover musicali. In inverno vende calzini a Napoli, città natale e di residenza. La doppia attività non può garantirgli il cosiddetto posto fisso, a lui come agli altri.

In estate vendono arachidi e pistacchi, sigarette di contrabbando, si adoperano come tatuatori, massaggiatori, girano con una pila di cappelli esposti sul capo, zainetti con cd contraffatti, sul braccio costumi da bagno e tra le mani teli da mare. Durante il periodo invernale si trasferiscono al nord Italia e lavorano come operai o manovali nelle fabbriche. Altri fanno i marmisti, i pavimentisti, gli elettricisti ma solo per sei mesi. Alla scadenza dei contratti tornano in tempo per l’estate e approdano lungo la fascia costiera di Giugliano con una famiglia da sfamare, l’affitto e bollette da pagare.

Non sono solo italiani, ma di diversa nazionalità, molti sono clandestini. Arrivano dall’Asia Meridionale. Principalmente dall’India, Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e dalle regioni settentrionali e occidentali dell’Africa. Marocco, Libia, Ghana, Burkina Faso, Benin. Una scena ad irrompere. Una bambina guarda un giovane ghanese. Ha sulle spalle uno stand carico di giochi d’acqua. Sembra un dromedario, spuntano solo polpacci e piedi. Il suo corpo è coperto da secchielli, palette, stampini per la sabbia, braccioli, piscine di ogni grandezza e misura. “Mamma – dice la piccola – da grande voglio fare la vù cumprà come quel ragazzo, così posso giocare con tutto ciò che vende”.

Forse non sa che quel ragazzino di colore paga cento euro al mese per un posto letto. Vive in un appartamento con altre quindici persone nei pressi della ferrovia di Napoli. La madre non spiega a sua figlia la storia di Asad Alì, perché non la conosce. La guerra civile gli ha portato via la sua famiglia due anni fa. Una tragedia per un giovane laureato che parla tre lingue. Un dramma che l’ha portato in Italia, a Napoli e sul litorale di Varcaturo. Sperava di trovare serenità. Ad attenderlo invece la sopravvivenza, il sacrificio di lavorare per tre mesi sotto al sole. Attraversa le spiagge con sandali rotti. Nelle ore di punta si siede sotto lo stand, prova a ripararsi dal calore con l’ombra dei giocattoli.

E come Asad vivono tanti altri stranieri. La fortuna non è dalla loro parte. Si augurano di trovare una soluzione, di tornare a vivere e magari di tornare un giorno nelle proprie terre d’origine.