Masseria campanile, il viaggio nelle terre della vergogna

Masseria campanile, il viaggio nelle terre della vergogna

Masseria Campanile somiglia ad un paradiso decaduto. A poche decine di metri c’è il frastuono della circumvallazione esterna. I grossi camion sfrecciano


Masseria Campanile somiglia ad un paradiso decaduto. A poche decine di metri c’è il frastuono della circumvallazione esterna. I grossi camion sfrecciano sobbalzando sulle buche della superstrada che collega la fascia costiera all’hinterland napoletano. Il profumo di campagna nella stradina sterrata che conduce al rudere, di fianco a una casa di riposo, si confonde con i gas di scarico. Resistono fazzoletti di terra dove si coltivano prugne, vecchi pini di mare che sfilano all’orizzonte. Cento metri più giù il sentiero s’interrompe affacciandosi sull’alveo di un vecchio fiume. Laddove scorreva un torrente, ora compaiono rifiuti ingombranti rotolati lungo la scarpata. Una sedia posizionata sul ciglione ospita un guardiano fantasma. A quel punto non resta che sollevare lo sguardo per capire cosa sia successo, frugare fra gli indizi del presente: sulla sinistra balza agli occhi un rigonfiamento di terra grande quanto un campo di calcio su cui si muovono le ruspe dell’Arpac. Cinque o sei metri di terreno che stanno risputando fuori i veleni del passato, restituendo alla luce l’inferno nascosto delle eco-mafie. Ti basta poco per immaginare il viavai di camion che portava dal Nord fusti tossici fra gli anni ’90 e i duemila. Come i cumuli di terra ammonticchiati dalle escavatrici. Strati di amianto, residui ospedalieri, bave di fango. Ti smarrisci subito nel loro colore scuro, sinistro. Dentro è stipata la notte di questa terra. E più si scava, più c’è notte fonda in quei 15 metri. Il terriccio con cui è stata ricoperta l’ex cava, attiva fino agli anni ’80,  si sbriciola sotto le scarpe. La garza stesa sul bubbone è troppo fragile. E a nasconderlo non è bastato un pescheto, come quello che Google Maps ha immortalato qualche anno fa. Pesche sopra un’ex discarica, destinate ai mercati della frutta rionale, alle tavole di tutti i giorni. La bellezza che copre la vergogna. Così mentre le ruspe continuano a scavare, con i carabinieri che camminano nervosamente avanti e indietro, la preghiera più grande è che un guasto improvviso impedisca a quelle macchine infernali di continuare. Perché ogni volta che addentano la terra è un colpo allo stomaco. Una ferita. Ogni volta è sangue che sprizza appena provi a toccarla.