Un movimento con troppe divisioni, a vincere è solo la gente scesa in piazza

Un movimento con troppe divisioni, a vincere è solo la gente scesa in piazza

Poco più di un mese fa, in tempi ancora non sospetti, denunciammo su questo portale la presenza di spaccature all’interno del movimento di protesta contro l’inceneritore di Giugliano. Lo facemmo non per interpretare il ruolo di cassandre del giornalismo, quanto piuttosto per aver analizzato e messo insieme alcuni aspetti emersi nelle manifestazioni e nelle prime assemblee pubbliche di provincia. Manie di protagonismo, piccoli battibecchi sul web, uso improprio di simboli politici, polemiche interne al movimento.


Manco a farlo apposta, la profezia si è avverata sabato scorso durante il grande corteo che ha sfilato a Napoli da Piazza Dante a Piazza Plebiscito. Sul palco se ne sono viste di tutti i colori. Rappresentanti di comitati che si zittivano gli uni con gli altri, le tensioni con gli esponenti di Casa Pound. Personaggi che salivano sul palco, snocciolavano pensieri in politichese, si contendevano il microfono per strappare all’altro un minuto di celebrità. E, per finire, un’ondata di fischi e di contestazioni. Tanto quanto basta per svuotare la piazza e allontanare migliaia di manifestanti poco avvezzi alla caciara.

Forse dire che il movimento si è spaccato è un’affermazione impropria. In realtà un vero movimento unitario che guidi la protesta non esiste. Esistono varie anime, con ascendenze politiche e idee diverse, che promuovono di volta in volta manifestazioni e cortei di piazza. Non c’è una regia o un direttore super partes, né un vero coordinamento fra i vari movimenti. Ciascuno di essi è mosso, almeno in parte, dalla smania di dimostrare la propria forza di attrazione e di consenso, dalla volontà di impadronirsi della paternità della protesta. Così viene ingaggiata una sfida spontanea a chi riesce a mettere in campo l’organizzazione migliore, a mobilitare più persone, a fare più rumore sui giornali. E guai, poi, se qualcuno prova a rubargli la scena, o a sottostimare i loro successi.

Questo si è visto sul palco di Piazza Plebiscito: una bega condominiale su chi dovesse occupare il pianerottolo del palazzo, poi proseguita e alimentata sul fronte dei social network, sui profili individuali e nei gruppi della protesta. Meno male che a vincere la sfida di sabato sia stato poi il migliore degli outsider: la gente scesa in piazza. Un fiume in piena che ha occupato le strade del centro cittadino per un pomeriggio intero. E poco interessa se ne fossero 100mila, 20mila o 40mila. Erano tanti. La battaglia delle cifre è solo l’ennesimo capitolo di una polemica che offusca le ragioni della protesta e non rende onore ai veri manifestanti.

Chiudiamo con una considerazione finale. All’interno del corteo di sabato sono partiti insulti all’indirizzo di alcuni giornalisti, colpevoli, a dire dei manifestanti, di aver taciuto per tanti anni sul traffico di rifiuti da Nord a Sud. Gli attacchi alla stampa hanno poi preso di mira i telegiornali regionali, che non avrebbero concesso una copertura mediatica sufficiente all’evento. Ma le generalizzazioni sono sempre pericolose. La categoria dei giornalisti è varia. Bisogna distinguere fra i cronisti di provincia che per pochi euro ad articolo provano a raccontare la verità, e chi se ne sta comodamente seduto nelle redazioni delle emittenti blasonate trascurando l’importanza del proprio lavoro. 17 secondi di servizio del TgR Campania sulla manifestazione di sabato sono di certo pochi. Ma accusare per questo tutti i giornalisti di un silenzio durato vent’anni è forse troppo. Basterebbe sfogliare i giornali di provincia degli anni passati. Il caso Tamburrino ci potrebbe ricordare qualcosa. Sparare nel mucchio e cercare a tutti i costi un capro espiatorio, in questo momento storico, farebbe solo il gioco di quei poteri politici e di quelle lobbies imprenditoriali che rappresentano gli unici veri responsabili del disastro campano.