Schiavone e quel lapsus terrificante: «Stato e clan la stessa cosa»

Schiavone e quel lapsus terrificante: «Stato e clan la stessa cosa»

Tutti le aspettavamo. In parte ne immaginavamo il contenuto. Ma quelle audizioni rese nel lontano 1997 da Carmine Schiavone alla commissione parlamentare sono un pugno allo stomaco. Tirarle fuori dal cassetto ha significato scoperchiare un vaso di Pandora. Ora schizzano fuori tutti i veleni e le contraddizioni dell’Italia degli ultimi vent’anni.


Possiamo dirlo: se Tangentopoli ha segnato la morte della Prima Repubblica, con il lancio delle monetine contro l’auto di Craxi fuori all’Hotel Raphael di Roma, le parole di un boss della camorra colluso con i poteri forti dello Stato segnano la fine della Seconda. Più della condanna di Berlusconi. Più della fine della Lega e dei ladrocinii dei tesorieri di partito e dei faccendieri.

Già, perché qui non è in gioco solo il collasso di un sistema politico. Ma di un sistema-Paese. Sono coinvolti imprenditoria, dirigenti e cittadini in quello che è diventato il più grande disastro ambientale della storia d’Europa dopo Cernobyl. Un disastro silenzioso che ha retto l’economia del Paese al prezzo della salute di milioni di cittadini e della ricchezza millenaria di un territorio.

Per riassumere ciò che è stata buona parte dell’Italia negli ultimi vent’anni basterebbe quel  lapsus di Carmine Schiavone commesso durante le dichiarazioni rese davanti ai rappresentanti dello Stato (si fa per dire). “Casse dello Stato…del clan”. Perché Stato e clan sono due facce della stessa medaglia. Due gemelli siamesi. Dottor Jeckill e Mister Hyde. Ai media appariva il volto pulito di funzionari solerti e incorruttibili, impegnati per il bene del Paese. Dietro le quinte si consumava il teatro degli orrori.

Lo Stato d’infamia, dunque, si è servito di una macchina del silenzio, organizzata per occultare una verità troppo grande, che avrebbe fatto tremare i palazzi del potere e le poltrone dei potenti. Le istituzioni sapevano. E hanno fatto finta di niente. Un pezzo d’Italia è stato sacrificato per assicurare la perpetuazione del male. Può definirsi democrazia un Paese in cui la classe dirigente era silenziosa e connivente? Un Paese dove politici, mafiosi e imprenditori erano confusi in un’unica melassa di illegalità e immoralità? No, non si può dire. Uno stato clan, questo siamo stati. Soggetti al pizzo del Nord e all’omertà dei Governi. Un vero sistema criminale. Adesso, però, come in una Norimberga 2.0, saltino fuori i nomi e le vicende di tutti gli altri protagonisti di questo olocausto meridionale.