Terra dei Fuochi, via chi ha sbagliato. Napoli come modello per l’Italia

Terra dei Fuochi, via chi ha sbagliato. Napoli come modello per l’Italia

L’episodio più significativo della manifestazione di ieri è stato di sicuro l’allontanamento del gonfalone del Comune di Napoli, ricacciato nelle retrovie del


L’episodio più significativo della manifestazione di ieri è stato di sicuro l’allontanamento del gonfalone del Comune di Napoli, ricacciato nelle retrovie del corteo e respinto come un corpo estraneo. Significativo non per le polemiche, pure legittime, che ha suscitato, quanto piuttosto per il gesto simbolico che i manifestanti hanno voluto dare. Come a dire: via le istituzioni, i partiti e i movimenti. La piazza è della gente.

La frattura fra Stato e popolo è stata suggellata cosi anche sul piano iconografico. Alla testa del corteo c’erano le gigantografie dei bimbi morti di cancro e gli striscioni della Terra dei Fuochi. C’erano Maurizio Patriciello, Antonio Marfella e Nino D’Angelo. Ma il ripudio delle istituzioni non è avvenuto solo ammainando le bandiere più scomode. Tutte le persone che incarnavano lo Stato si sono defilate lontano dalle telecamere, quasi obbedendo ad un sentimento di vergogna comune. Lo Stato ha sbagliato? Si faccia da parte. Tanto quanto basta perché Luigi De Magistris si mimetizzasse fra la folla appendendo al chiodo la fascia tricolore.

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Raramente in Italia, dal Secondo Dopoguerra, si è assistito ad un movimento di autodeterminazione popolare così forte che non facesse riferimento diretto o indiretto a partiti o movimenti d’opposizione. Tutte le battaglie civili sono state di solito sostenute da forze politiche. Per la prima volta invece questo non accade. Così la lotta popolare contro il biocidio rispecchia in toto il collasso della politica italiana segnando il risveglio di un popolo ipnotizzato da vent’anni di promesse e inciuci bipartisan.

Insomma: Napoli come modello per il Paese. E poco importa che la maggior parte delle testate italiane ci abbia confinato nella cronaca interna negandoci prime pagine ed editoriali. L’oscuramento mediatico  non è che l’ennesima faccia dello scollamento fra realtà e politica. A noi interessa prendere coscienza di ciò che è stato il disastro ambientale campano e di quali possano essere i rimedi. Ora abbiamo un linguaggio comune con cui sentirci uniti, fatto di slogan, facce e storie. Ora abbiamo una narrazione della tragedia che mancava.  I vocaboli ci sono tutti. Tocca solo scippare la penna dalle mani di chi ci ha governato e scrivere il nostro futuro.