Terremoto, la memoria torna al sisma dell’80. Colpa dell’Appennino in movimento

Terremoto, la memoria torna al sisma dell’80. Colpa dell’Appennino in movimento

Il 23 novembre di 33 anni fa la terra tremò in tutta la Campania. I morti furono 3mila. Ma la paura dei


Il 23 novembre di 33 anni fa la terra tremò in tutta la Campania. I morti furono 3mila. Ma la paura dei terremoti non ci ha insegnato a prevenirli

Quando abbiamo avvertito la scossa di terremoto, molti di noi erano incollati alla tv. Altri allo schermo del pc, o distesi sul divano in una pigra domenica pomeriggio anti-vigilia. Sarà per l’orario e per il giorno, per la paura che azzera il tempo e accende la memoria, ma la mente è corsa subito al tragico sisma dell’Irpinia che nel 23 novembre del 1980 rase al suolo decine di paesi e seppellì sotto le macerie 3mila vittime.

terremotoirpinia3Intendiamoci, molti di quelli nati nella nostra generazione, cioè la generazione dei tablet, delle smart tv e di facebook, del terremoto irpino sanno ben poco. Non l’hanno vissuto in prima persona, oppure, se l’hanno vissuto, erano troppo piccoli per averne un ricordo lucido.

Eppure quell’evento, attraverso i media, o i racconti orali di nonni e genitori, è stato trasmesso fino a noi marchiando a fuoco la memoria collettiva dei campani. Il terremoto, insomma, è impresso nel nostra Dna. Un po’ come la paura del Vesuvio, a cui pure si è pensato ieri pomeriggio non appena il lampadario di casa ha cominciato a ballare sulle nostre teste.

Ma se vogliamo individuare un responsabile, dobbiamo puntare il dito verso quella dorsale montuosa che attraversa l’Italia da Nord a Sud. L’Appennino. Secondo quanto affermato dal direttore del Centro Nazionale Terremoti, Alberto Michelini, il terremoto campano di ieri, di magnitudo 4, 9 della scala Richter, è stato causato dallo stesso meccanismo alla base del recente sisma avvenuto a Gubbio, e a L’Aquila nel 2009. Il sisma sarebbe stato provocato da un movimento tellurico di estensione della catena appenninica: come se la placca tirennica si stesse allontanando da quella adriatica.

In mezzo a questa spaccatura ci siamo noi insieme a mezza Italia. Che, a quanto pare, sarà divisa sotto tanti punti di vista, ma non lo è sotto il profilo idrogeologico e sismico. Siamo tutti sullo stesso Stivale, insomma, che galleggia sballottato dalla placca africana a sud e da quella euro-asiatica a nord.

terremoto-irpinia2La vicenda geologica del nostro Paese è estranea a quella delle nostre vite, almeno finché Madre Natura non fa irruzione nel salotto di casa facendo crepare muri e ballare pavimenti. Poi c’è chi è in auto con il proprio partner, oppure in viaggio, o al parco con i figli. Ma qualunque cosa stessimo facendo, subito dopo la scossa, ci troviamo spaesati e accomunati dalla stessa identica paura che la nostra esistenza sia in balia di forze imprevedibili e capricciose. Ci sentiamo indifesi come i nonni dei nostri nonni.

Il punto è che, se vogliamo fare un salto “evolutivo” e gestire le paure innescate da questi eventi senza ricorrere all’intercessione di Santi e Madonne, dovremmo avvertire il senso comune del pericolo anche prima del sisma, convogliarlo per investire sulla sicurezza e sulla prevenzione, due elementi estranei alla nostra cultura, ma ben radicate in altre, come in quella dei giapponesi.

Da noi sappiamo come va: speculazione e incuria la fanno da padrone. Dopo l’introduzione della normativa anti-sismica del ’74, gli edifici costruiti secondo i criteri di legge a Napoli sono meno del 20 % del totale. La sensazione è che, malgrado viviamo da secoli e secoli sopra un pentolone pronto ad esplodere, non ci vogliamo abituare all’idea di dover lavorare per bloccare il coperchio prima che scoppi. La tragedia in Irpinia di 33 anni fa, così come quella de L’Aquila o come l’ultima in Sardegna, erano in gran parte annunciate, ma nessuna di esse sembra averci lasciato qualcosa di più oltre alla paura.