La morte del rapinatore è una tragedia. Ma insieme a lui è morto lo Stato

La morte del rapinatore è una tragedia. Ma insieme a lui è morto lo Stato

Tante le responsabilità collettive. Nella rapina al Sisa tutti sono vittime. Il nostro è un popolo senza prospettive Giuseppe D’Aniello, il 22enne


Tante le responsabilità collettive. Nella rapina al Sisa tutti sono vittime. Il nostro è un popolo senza prospettive

Giuseppe D’Aniello, il 22enne originario di Giugliano, armato di pistola, era il carnefice. Lo era mentre faceva irruzione nel Sisa di Via di Vittorio a Qualiano. Mentre minacciava i clienti del market insieme ai complici. Mentre agitava la pistola in faccia a degli innocenti. Il carabiniere che l’avrebbe ucciso di lì a poco era la vittima. Uno dei tanti, mimetizzato fra gli scaffali, in un sabato sera qualunque. Ma poi le cose cambiano. Repentinamente. Pochi secondi bastano per capovolgere i ruoli interpretati dai due protagonisti della tragedia. Quello che era carnefice è steso a terra, senza vita, immortalato sulla soglia del supermercato da una tempesta di flash, un corpo esanime ricoperto da un telo bianco che nasconde l’orrore e la vergogna di quanto accaduto. La vittima, il carabiniere in borghese, invece è passato dall’altra parte, dalla parte del carnefice. Dell’omicida. Del dipendente che per 1200 euro al mese ha ammazzato un ragazzo in nome della legge.

rapinatore ucciso2A due giorni dalla tragedia che ha trasformato Qualiano in un paesino del vecchio Far West e che ha mobilitato anche scrittori come Peppe Lanzetta, c’è qualcosa che non torna. Che non quadra, in tutta la vicenda. Lo si capisce anche da come l’opinione pubblica si è divisa in questi giorni prendendo le difese dell’uno o dell’altro, a seconda degli umori e delle convinzioni personali. C’è chi condanna il carabiniere e difende il ragazzo vittima dei suoi vent’anni. E chi, invece, invoca la forca per tutti i criminali e saluta l’agente come un eroe della legalità. Tutto questo in un mondo dove, manco cinque ore dopo, i titolari della Pizzeria “Da Salvatore” avrebbero difeso l’incasso della serata dall’assalto di due criminali con la sola forza delle braccia e delle mani, consapevoli di non avere altre strade per difendersi in questo hobbesiano stato di natura se non la giustizia fai-da-te.

Chi la vittima? Chi il carnefice? Tu da che parte stai? Da quella del carabiniere, rappresentante della Legge in un posto senza legge, o da quella del ragazzo, vittima dell’incoscienza e di un paese che non gli offre alternative serie alla strada della criminalità? Questi, su per giù, gli interrogativi che bussano alla coscienza di ciascuno di noi. Ma potremmo provare una terza interpretazione della tragedia andata in scena in questi giorni. Potremmo chiamare al banco degli imputati il regista occulto che ha armato il carabiniere di una pistola d’ordinanza e ha abbandonato Giuseppe D’Aniello, il giovane 22enne morto a colpi d’arma da fuoco, molto prima che finisse a terra ricoperto da un telo bianco.

ItaliaspezzataindueParliamo, ça va sans dire, dello Stato. Il Grande Assente. Perché nella dinamica che ha portato un carabiniere a sparare un giovane 22enne con precedenti penali c’è lui. Inutile negarselo. Lo Stato. E non ci riferiamo allo Stato dal volto repressivo, alle ronde che girano nelle periferie delle grandi città, all’esercito della Terra dei Fuochi, alle pattuglie che battono le strade palmo a palmo pronte a scattare alla vista della prima infrazione. L’ordine pubblico viene dopo. Così come la repressione degli illeciti. Prima c’è un ruolo ben più delicato che lo Stato è chiamato ad assolvere. Quello di educatore e difensore dei diritti. Perché sotto quel telo bianco sono morti i diritti del ragazzo, il diritto al suo futuro, il diritto di avere un’alternativa alla crisi, a una famiglia che probabilmente non l’ha mai assistito, a una strada praticabile che non fosse quella della criminalità; e ci sono i diritti delle persone comuni, carabinieri compresi, il diritto alla sicurezza e all’incolumità personale, il diritto, sacrosanto, di fare la spesa in un supermercato senza  il terrore di vedersi spuntare dal nulla un branco di balordi armati di pistole.

E sotto quel telo, infine, c’è la dignità di un popolo, quello meridionale, abbandonato a se stesso. Senza futuro e senza speranza. Consumato dai morsi della crisi, impotente di fronte alle istanze delle giovani generazioni, che non sa dare prospettive a chi è senza futuro, un popolo disperato, ingannato da una classe dirigente inerte e collusa, che distrae l’attenzione collettiva col circo mediatico degli spread e dei talk show. Un popolo senza risposte, che va bene per incassare voti, alibi perfetto per i guai del Paese, ottimo pretesto per le grandi narrazioni sul Male nei kolossal tv come Gomorra. Un popolo sepolto sotto paure e interrogativi. Ammazzato come Giuseppe sulla soglia del supermercato Sisa di Via di Vittorio.