La rabbia di Fedele Di Rosa, in dialisi da 6 anni: rispedito a casa dal Belgio

La rabbia di Fedele Di Rosa, in dialisi da 6 anni: rispedito a casa dal Belgio

«Sono italiano e appartengo all’Unione europea, perché non possono aumentare le possibilità di ottenere un trapianto di rene?» VILLARICCA – Fedele Di Rosa


«Sono italiano e appartengo all’Unione europea, perché non possono aumentare le possibilità di ottenere un trapianto di rene?»

VILLARICCA – Fedele Di Rosa ha 49 anni e da sei è in dialisi. La sua vicenda medica comincia quando ha 18 anni e si conclude temporaneamente con un primo trapianto di rene. La sua vita trascorre tranquilla e serena fino all’ ’82 quando l’altro rene si ammala e necessita di una nuova donazione. Aspetta solo 3 o 4 mesi per ricevere l’operazione in Belgio, dove successivamente e a intervalli regolari ritorna per i controlli. Nel 2008 però quell’organo trapiantato sembra dare problemi e si reca all’ospedale in cui ha ricevuto l’intervento.

«Mi rispedirono in Italia e non mi permisero di iscrivermi nelle liste d’attesa del centro belga, riducendo in questo modo le mie possibilità di ottenere una donazione – racconta Fedele con rammarico – mi dissero che avrei dovuto trasferirmi lì. In seguito mi comunicarono che se avessi trovato un donatore qui in Italia avrebbero potuto operarmi». Così decide di inserirsi nelle liste di attesa a Napoli e a Parma, finora senza successo. Nei giorni pari è costretto a fare l’emodialisi, quel trattamento artificiale che sostituisce le funzioni dei reni per la depurazione del sangue. Un procedimento che mette a dura prova il fisico e di conseguenza la mente. «Non lavoro più, prima facevo il pasticciere – dice con uno sguardo rassegnato- la mia vita ormai ruota attorno alla dialisi del martedì e del giovedì alla clinica Maione a Villaricca».

Ma cosa sia cambiato dall’ ’82 a oggi, questo Fedele non riesce proprio a spiegarselo. Eppure, nel 1985 è stato stipulato il Trattato di Shengen, che avrebbe dovuto assicurare ai cittadini dei paesi dell’UE di potersi liberamente spostare tra gli Stati membri, senza dover adempiere a fastidiosi obblighi doganali e di potervi soggiornare per un lasso di tempo da 3 a 12 mesi. Esiste da allora un’unica grande frontiera che divide i Paesi dell’Unione Europea dal resto del mondo, almeno sulla carta. Lo spazio Shengen è dunque un territorio entro i cui confini la libera circolazione delle persone è garantita: l’Italia ha firmato l’accordo nel 1995, il Belgio nel 1985. Il permesso di soggiorno per cure mediche è concesso ai cittadini stranieri (non appartenenti alla Comunità europera) nei Paesi membri dell’UE a determinate condizioni.

Quali parametri Fedele non rispetta per essere trattato peggio di un cittadino extra europeo? È italiano. Sì, avete capito bene. Nel 1997 Il Corriere della Sera pubblica una lettera dell’ospedale universitario Erasme di Bruxelles inviata all’ambasciatore italiano in Belgio, l’unico Stato che prendeva in cura i non residenti. Si dissero costretti a mettere in atto la decisione presa a gennaio dal consiglio di amministrazione di Eurotransplant, l’organizzazione olandese che riunisce le banche-organi di alcuni paesi europei, tra cui non figura l’Italia. Nella cassetta della posta, oltre all’ambasciatore, anche 200 italiani che attendevano la convocazione per esami preventivi e per la donazione, trovano la stessa lettera: si annullano le richieste di trapianti di rene e da allora in poi sarebbe stata proibita l’iscrizione a nuovi pazienti provenienti dal Bel Paese, perché non è una nazione donatrice. Dal 1997 non è cambiato nulla, il problema è sempre lo stesso.

Diversi sono i casi di falsificazione del visto Shengen di disperati stranieri che arrivano in Italia bisognosi di cure. Il più delle volte gli avvocati invocano lo stato di necessità. Ma è possibile che in Europa per ottenere i propri diritti, quello alla salute e alla vita, è necessario diventare dei fuorilegge?