Rapine a Giugliano e nel casertano: chiesti oltre 30 anni per la banda del ‘fucile a canne mozze’

Rapine a Giugliano e nel casertano: chiesti oltre 30 anni per la banda del ‘fucile a canne mozze’

Sarebbero i responsabili  di una violenta escalation di rapine tra cui i colpi alla pizzeria “Ciro” di via Oasi Sacro Cuore e ad


Sarebbero i responsabili  di una violenta escalation di rapine tra cui i colpi alla pizzeria “Ciro” di via Oasi Sacro Cuore e ad un gioielleria di Santa Maria Capua Vetere

Si erano resi famosi durante l’escalation di rapine che aveva terrorizzato gli esercizi commerciali dell’hinterland napoletano e casertano lo scorso anno, anche per le modalità efferate dei loro colpi, una banda, composta da 6 giovanissimi – tra cui una ragazza – su cui oggi grava una richiesta di condanna ultratrentennale del P.M. Corona, – che li ha definiti “rapinatori professionisti e pericolosi – pronunciata ieri dinanzi al Tribunale di Napoli Nord.

La banda è ritenuta responsabile anche dell’efferata rapina alla pizzeria “Ciro” di via Oasi Sacro Cuore a Giugliano dove rimase ferita una guardia giurata (LEGGI).

Le modalità

Il caso portato dinanzi alla Giustizia ieri, però, riguarda in particolare una rapina consumatasi il 31/05/2014 ai danni della Gioielleria Umili, di Santa Maria Capua Vetere, costituitasi parte civile nel processo,  ma non si esclude che il gruppo abbia già colpito in passato.

Quanto emerso dalle indagini e dal processo stesso ha dato modo di delineare un quadro sconvolgente delle modalità utilizzate per il colpo, che hanno mostrato la professionalità, oltre che l’efferatezza, del gruppo; il colpo è stato così ricostruito:

  • Due membri della banda, fingendosi una coppia interessata ad un acquisto, effettuavano sopralluoghi nelle gioiellerie al fine di prendere atto dei sistemi di sicurezza delle stesse e di instaurare un rapporto di fiducia con l’esercente;
  • Qualche giorno dopo, i due si ripresentavano e venendo riconosciuti dal proprietario riuscivano ad eludere il sistema di metal detector;
  • Una volta entrati, dopo essersi fatti aprire il cavò, sempre motivando con l’interesse ad un acquisto, estraevano le pistole e minacciavano il gioielliere affinché aprisse le porte ai complici, i quali entravano imbracciando dei fucili a canne mozze; il tutto in pieno giorno e a volto scoperto;
  • Il malcapitato esercente veniva legato ed imbavagliato e la stessa sorte toccava ai clienti che per loro sfortuna si trovavano nell’esercizio;
  • Preso il maltolto, il gruppo si dileguava, non senza aver prima preso il decoder contenente le registrazioni del circuito chiuso;
  • Alcuni membri avrebbero fatto uso di stupefacenti prima di compiere il colpo.

Quest’ultimo passaggio riguardante il decoder è stato fatale ai malviventi, che hanno prelevato un decoder diverso e sbagliato; il gioielliere ha potuto denunciare così la rapina, presentando le registrazioni del proprio sistema di circuito chiuso.

La refurtiva

Dalla denuncia presentata alle forze dell’ordine, il bottino sarebbe inestimabile, consistente in più di 10 kg di oro lavorato; in pratica l’investimento di una vita di chi sceglie di commerciare in monili.

Le pene richieste

Il P.M. CORONA, a seguito di rito abbreviato, ha chiesto pene severe, respingendo la possibilità di riconoscere alcuna attenuante, comprese le generiche. In particolare sono stati chiesti:

  • Per CARPUTO Antonio e PETITO Raffaele, difesi dagli avv. P. De Angelis e S.Aruta anni 6 di reclusione;
  • Per MAISTO Luigi, anni 3 – mesi 6 di reclusione;
  • Per ABBATE Giovanni, difeso dall’avv. Quaranta, anni 9 di reclusione
  • Per CIMMINO Vincenzo, difeso dall’avv. R. Ascanio, anni 9 di reclusione;
  • Per TRINCHILLO Maddalena, difesa dall’avv. N. Basile, anni 4 – mesi 6 di reclusione.

Toccherà ora al Giudice Santoro decidere su tali richieste, dopo aver dato parola alla difesa, all’inizio del mese entrante.