Higuaín crea e Reina mantiene. Il Napoli è primo grazie ai suoi campioni dopo 25 anni

Higuaín crea e Reina mantiene. Il Napoli è primo grazie ai suoi campioni dopo 25 anni

La miglior prestazione stagionale dei nerazzurri non basta a battere un Napoli non perfetto. Stratosferici Pipita e il portiere spagnolo. Si soffre

@Saverio Nappo

La miglior prestazione stagionale dei nerazzurri non basta a battere un Napoli non perfetto. Stratosferici Pipita e il portiere spagnolo. Si soffre ma si trionfa

NAPOLI – Mi gira la testa, qualcosa non va. Cerco di darmi una scossa, ma la testa gira forte. Guardo giù, per un attimo, anche se non dovrei. Si vede tutto molto meglio da quassù. Si respira aria fresca, non ci sono nuvole. Non si sente neanche il chiacchiericcio fastidioso delle televisioni, piene di programmi che non dicono niente. Non si sente neanche il puzzo dell’invidia che taglia le gambe alla libertà. Quassù va tutto bene, ed è una sensazione nuova. Almeno per me. Napoli in vetta, in testa alla classifica. Inspiro e espiro. Inspiro e espiro.

La partita è di quelle che non puoi perdere, di quelle che ti impediscono di fare altro, di concedere spazio ad altre persone o cose. Ci si gioca il primo posto. E si gioca al San Paolo. Ci sono i sessantamila a Fuorigrotta. Chi ha paura -prego, quella è la porta- può andare. Le parole chiave per raccontare questa partita sono tre, come capitoli di un libro breve e intenso.

Capitolo 1: Gonzalo Higuaín. Un mostro. 12 goal in stagione, incontrastato. Lui calcia il pallone con l’anima. Lo guarda, lo accarezza con precisione per portarselo sulla zolla giusta che lui ha già scelto probabilmente in una vita parallela. Poi alza lo sguardo, sempre. Con l’intuito, si sei forte, magari ti viene anche un bel goal, ma per essere un fuori classe devi essere preciso, spietato. Alza la testa, guarda la porta e, a meno che in porta non ci sia Pepe Reina, lui la insacca. Sempre. Anche perché quel Pepe Reina è il suo portiere. Ed è anche la seconda parola chiave di questo racconto.

Capitolo 2: Pepe Reina. Un gigante. Non prendeva goal da 5 partite, in serie A. Lui è ritornato a Napoli richiamato dal senso del dovere, oltre che dall’amore per la città. Lui ha una missione, la sente nel petto, nella testa. La sente nelle gambe. Anche al 93esimo, quando vola, allungando ogni centimetro di ogni suo muscolo pur di arrivare a toccare quel pallone quel tanto che basta per mandarlo sul palo, dove muoiono le sperante dell’Inter e di tutti quelli che, attaccati alle tv, hanno sperato in una caduta di chi se pure cade, cade in piedi. Con i tre punti in tasca, chiaramente. Si spengono sul palo le serate di gloria regalate in giro da chi non ha niente da chiedere, quel palo che è la terza parola chiave.

Capitolo 3: Il palo. Vi sarà capitato di sentire il rumore metallico che fa un palo di ferro freddo quando qualcosa gli sbatte contro. Un paraurti, una pietra, un pezzo di legno, una mano, un pallone. Il pallone che si stampa sul palo. Immaginatelo quel rumore. Pressappoco un tonfo breve ma con tonalità alta. Ecco, ora lo avete presente, ce lo avete in testa. Bene, è lo stesso tonfo che non farà dormire i nerazzurri di ritorno a Milano con in mano il resto di niente. Anzi no. Con in mano quel tonfo. Anzi no. Con un tonfo. Perché giocarne una sola con un buon calcio non basta per essere lì, sul gradino più alto. Per stare lì devi meritarlo. Davvero. Invece, touhm! Palo! Che sfortuna!

Ripensi a quello che hai passato per essere qui, a questo punto. Ma a che serve? Guasterebbe solamente questo sapore dolce che hai in bocca e che ti fa passare la lingua sulle labbra di continuo. E’ un sapore nuovo, che provoca assuefazione immediata. Sei seduto nel tuo ufficio, nella tua stanza, sul tuo letto, eppure tutto attorno è solo cielo bianco e azzurro. Per vedere qualcosa devi sporgerti in basso. E da quassù tutto sembra bellissimo.