Il Napoli sfata anche il tabù Bergamo: 1-3 con l’Atalanta

Il Napoli sfata anche il tabù Bergamo: 1-3 con l’Atalanta

Higuaín trascina gli azzurri con una doppietta. Torna però l’incubo rigori sbagliati

@Saverio Nappo

BERGAMO – “Vai Gonzalo! Sul primo palo, vai!” Calcio d’angolo, cross sul primo palo. Higuain anticipa il suo marcatore e spiazza la difesa atalantina. “Vaaamoos! Daaalee!” Stringe i pugni, mostra i denti, gli si ingrossano le vene del collo, il viso si arrossisce. Corre sotto il settore ospiti dell’Atleti Azzurri d’Italia. Una valanga umana verso di lui, totalmente fuori controllo. Un pensiero gli passa fulmineo nella mente. Inizia a correre, ancora, urlando, con cattiveria, con gioia. Corre. Corre verso il maestro. Corre verso il professore, verso il suo mister. “Lui è, per me, il migliore al mondo”, dirà in conferenza stampa, qualche minuto più tardi. Lo abbraccia forte, come fa un bambino quando cade, si sbuccia le ginocchia fragili, e prima di scoppiare in lacrime si tuffa tra le braccia protettive del suo papà.

Gonzalo Higuain è questo. Un bambino prodigio, capace di trasformare in oro la quasi totalità dei palloni che tocca. Un Re mida, solo in mezzo al suo oro, fino all’anno scorso. Ora una macchina da goal, a servizio della squadra, con una squadra a servizio. Bastava dirgli cosa fare meglio e cosa non fare affatto. Già, ma chi volete che si prenda la responsabilità di andare a dire a uno che è un campione di caratura mondiale, pluri-vincitore con il Real Madrid, con una valanga di goal segnati in carriera? Non un allenatore, ma un uomo. Un maestro di calcio. E il calcio è vita. Un maestro, di vita. Gonzalo ascolta, attento, corregge il tiro, potenzia la corsa, lavora sui muscoli. E ancora, studia come tenere la testa alzata, diventa un cultore della posizione. Lui sa sempre dove si trova e dove si trovano i compagni. Lui gioca per gli altri e viceversa. Lui segna e fa segnare. E alla fine il risultato è sempre quello. “Vaaamoos! Daaalee!” e corsa dal professore. Perché lui gli ha dato il sorriso. Col sorriso si abbattono montagne!

C’è chi dice che dovrebbero scriverci un libro sui metodi d’insegnamento di Maurizio Sarri. Lui viene dal nulla calcistico, dai campi in terra battuta, dove giocare di palla lunga non è un’opzione, è una necessità. Perché il terreno è spesso irregolare ed insidioso. Meglio il lancio lungo, netto, semplice, poi magari l’attaccante fa una bella giocata. No. Lui insegnava calcio anche lì. Buttare via la palla è un segnale di resa tecnica, una debolezza mostrata incoscientemente all’avversario di turno. Assolutamente! Palla a terra, testa alta. Costruire gioco, macinare metri, passaggi, tentativi, triangolazioni, schemi, scatti fulminei e trame orizzontali. Il pallone non si butta. Mai. Già, il pallone. Dev’essere stato un richiamo irresistibile quello che ha sentito Sarri, tanto che non ha esitato minimamente ad abbandonare un posto sicuro in banca, al caldo, pulito. Magari i colleghi diventano amici con cui ridi per ore del nulla, al bar, giù in paese. Magari la collega giovane coi capelli rossi, per un qualche assurdo motivo, ti nota e iniziate a chiacchierare. Macchè! Non esiste! L’odore dell’erba di un campo da calcio è un profumo ammaliatore che rapisce la tua anima, inebriandoti. Prende tutto ciò che hai senza chiedere il permesso. Il calcio ti fa innamorare. Il calcio è una partita giocata 11 contro 11, sul campo ci sono i tuoi pensieri coerenti e ragionati che sfidano i tuoi sogni romantici e gloriosi. Non vince nessuno, Maurizio Sarri è coerenza e romanticismo, è calcio ragionato ed è calcio fantasia. Lui non può fare a meno di insegnare calcio e ad essere felici. Giocando.

Il maestro, il fine che giustifica i mezzi, e.. ? Manca qualcosa. Il collante? Il collante! Un anello di congiunzione tra squadra e la piazza. Uno che sappia mediare, che sappia cosa dire e come dirlo. Uno che ti cambia le partite, che ti dà sicurezza, che ti fa giocare rilassato. Un portiere. Pepe Reina, nato a Napoli. Avreste l’ardore di dire che non è così? Esulta ai goal azzurri difronte la curva atalantina che gli ruggisce contro. Ma lui è fatto di ghiaccio. L’area di rigore è casa sua ed è il padrone di casa che decide cosa si può o non si può fare. Ci vuole cuore e gambe per fare il portiere. Pepe Reina ha qualcosa in più. Lui la porta la protegge, da chiunque, per vocazione. Non difendere la porta del Napoli per Reina è un concetto inaccettabile. E’ come se chiedessimo ad un tifoso di qualsiasi squadra di criticare i propri colori. Un’ eresia! L’apnea è finita. Schiena dritta, petto in fuori: boccata d’aria fino a riempire i polmoni. Bergamo è l’ennesima roccaforte anti-Napoli a cadere a colpi di sorrisi. 1-3, Hamsik-Highian-Higuain. Fatto, professore.

Cosa sarebbe una vita senza inseguire un sogno, senza seguire un amore? Che vita sarebbe se non avessimo uno scopo, un desiderio o una speranza? Ci svegliamo al mattino, stropicciandoci gli occhi ancora pieni di sonno e subito siamo sul vialetto di casa a mettere in riga le cose da fare. Non c’è tempo per indugiare, non c’è tempo per non sentirsi al massimo, decisi a raggiungere lo scopo. Ieri era settembre e la fine dell’estate lasciava il sapore amaro delle vacanze ormai passate e di un 2-1 in casa del Sassuolo. Suona la sveglia, di nuovo, ed è il 20 dicembre. C’è aria di Natale, i regali sono già sotto l’albero, i parenti e gli amici fuorisede ritornano a casa, gli amori si ricongiungono, l’Inter è solo a un punto sopra. Sedetevi avanti al camino. Fermatevi. Va tutto bene.