Villareal: l’eco del passato

Villareal: l’eco del passato

Un calcio di punizione nel finale regala la vittoria di misura ai padroni di casa. Seconda sconfitta consecutiva per il Napoli, condannato dalla mala sorte e da un macellaio olandese

@Saverio Nappo

Reina disperato dopo aver subito il goal di Denis Suarez da calcio di punizione

VILLAREAL – Si dice che una volta commessi, non si incappa più negli stessi errori. Sarà che siamo esseri umani e quindi naturalmente predisposti al miglioramento delle nostre condizioni, qualsiasi esse siano. Ed ecco, allora, che si forma la nostra esperienza, i nostri trascorsi, le nostre forze, le debolezze. Credo che ad un certo punto, nella vita, ci sia un qualcosa che crei l’incudine e il martello nella nostra testa. È il giorno della partita, Europa League away, vicino Valencia, a Villareal. Ci sono già stato, ricordo bene –déjà vu- qualcosa di già visto, in un’altra vita neanche troppo lontana.

punizioneL’incudine. Il passato che ritorna, con leggero ritardo, come un eco. Sei fermo ad ammirare la vallata, dall’alto e di fronte c’è l’altro versante della montagna che ricomincia a salire. Urli forte, a pieni polmoni, il tuo nome che viaggia attraverso l’aria su onde sonore invisibili ma veloci e regolari. Ma la vallata non è verde e non scende soffice sotto i tuoi piedi. È un precipizio, aspro, insidioso, con pietre bianche e nere che diventano gialle man mano che scivoli giù. Il Napoli prende in mano la partita praticamente subito, conducendo il gioco e dettando il ritmo come un maestro che batte la bacchetta sul leggio su cui è poggiato lo spartito. Eppure c’è qualcosa che non va, non è il gioco inebriante di sempre. Gli avversari, padroni di casa, riescono a respingere gli assalti dei bianco-azzurri nonostante lo stile di gioco adottato rispetti in pieno i canoni spagnoli (considerate Barça e Real spagnoli?) fatti di difesa chiusa e ripartenza in contropiede. Un déjà vu ancora una volta che però ha un sapore amaro e ricorda un’incudine. Dura, solida, coerente, costante. Ma ferma, che subisce il martello che, prima o poi, batte. Denis Suarez, tira un calcio di punizione praticamente perfetto, leggermente a giro, potente, sopra la barriera, sotto la traversa. Reina la sfiora, ma non può niente. 1-0. Unico tiro nello specchio, martello. 82 minuti di possesso del gioco, incudine.

Strinic in fase di attacco, uno dei migliori in campo al MadrigàlIl martello. È qualcosa che ribolle dentro, che risale dalle viscere del proprio ego. Si vede nelle vene gonfie sulle braccia tese di Pepe Reina, si vede nello sguardo vitreo e freddo di Gonzalo Higuain, oppure nei denti stretti di Ivan Strinić che –se questo è un gregario- ci mette una grinta disorientante. Un fumogeno lanciato in aria, come quelli sulle scialuppe di salvataggio che vanno accesi per farsi notare anche da lontano. È un desidero, una smània più che una voglia, di ritornare a raccogliere quello che si semina e non una manciata di “sei stato bravo” e “maledetta sfortuna”. E poco importa se un macellaio olandese, travestito da arbitro, abbia tagliato di netto il diritto degli 11 metri. Come dice il professore “se tiriamo in porta 3 volte possiamo essere sfortunati, se tiriamo in porta 20 volte sono miracolati loro”. Guardare il Napoli che esce sconfitto dal Madrigàl lascia nell’aria, come un eco che torna dietro rimbalzando su un muro, la percezione di una incontrollabile necessità di tornare a stringere forte il manico e cominciare, di nuovo, a battere. Tornare ad essere martello.