Tesori di Giugliano, la caduta di san Paolo di Giuseppe Marullo a Santa Sofia

Tesori di Giugliano, la caduta di san Paolo di Giuseppe Marullo a Santa Sofia

L’opera del 1634, firmata dall’allora giovane allievo di Massimo Stanzione, rappresenta la conversione di Saulo sulla via di Damasco


GIUGLIANO – “…E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?»” ( Atti 9.1-9). Così gli Atti degli Apostoli ci presentano la cosiddetta “conversione sulla via di Damasco” di Paolo di Tarso; gli artisti l’hanno poi variamente rielaborata nel corso della storia, con soluzioni più o meno originali e fantasiose, basti pensare a quella di Caravaggio, l’esempio forse più celebre, che considera la scena sotto un’angolazione inusuale: quella del cavallo. Giuseppe Marullo invece, nella sua opera a S. Sofia in Giugliano, ce la presenta così: nel momento esatto dell’apparizione divina, di questa “esplosione” che coinvolge tutta la scena in un moto vorticoso, fremente. Paolo apre le braccia, segno dell’accettazione della volontà divina, rivolge lo sguardo al cielo. Identica è la reazione del cavallo che si accascia a terra impaurito.

caduta di san paolo 1L’opera, in questo vortice dinamico, delinea una curva ideale creata dai panneggi che partono dall’alto e scendono fin giù, con un intenso contrasto cromatico verde/tonalità di rosso che ancor più la fa risaltare e collega l’umano e il divino. Giuseppe Marullo, quando dipinse l’opera per S. Sofia era appena un giovane che si affacciava sulla scena, difatti l’opera è firmata e datata 1634, egli quindi doveva avere tra i 24 e i 30 anni (essendo nato attorno al primo decennio del XVII), nonostante ciò egli già dimostra di conoscere e padroneggiare gli influssi e le correnti del suo periodo, dal tardomanierismo al barocco, passando per la lezione di Caravaggio, una mirabile sintesi dovuta certo alla lezione del suo maestro, Massimo Stanzione, col quale condivideva i natali, Orta di Atella, e di cui interiorizzò lo stile a tal punto da far dire a Bernardo de Dominici, nelle sue Vite del 1742 che: “le opere del Marullo erano tanto simili […] a quelle del maestro, che anche dai professori venivano credute del Cavaliere”.

Artista poco conosciuto, da molti considerato “minore” e all’ombra del maestro, ma che certo già in quest’opera giovanile dimostra una finezza nel disegno e nei particolari, e soprattutto un plasticismo delle forme, modellato da accesi colori, il tutto con un grande pathòs della scena, che saltano all’occhio anche all’osservatore più sprovveduto che si trovi a entrare nella Collegiata di S. Sofia. Artista che sarà poi richiesto in vari ambienti, di cui oggi vi è molto anche in collezioni private, anch’egli come altri iniziava a farsi conoscere partendo da questi ambienti della Provincia, come Giugliano, vero e proprio cantiere in itinere e fucina di arte e cultura, nel secolo d’oro dell’arte napoletana.