Tesori di Giugliano, la “pala” di sant’Anna attribuita a Pietro Negroni

Tesori di Giugliano, la “pala” di sant’Anna attribuita a Pietro Negroni

L’opera è datata 1589, alcune sue parti sono state trafugate nel 1985 e nel 1997. L’artista era detto “lo zingarello”


GIUGLIANO – Entrando nella parrocchia di sant’Anna, nell’ultima cappella a destra, si può ammirare una bella deposizione di Cristo. Essa un tempo era ornata da una splendida e monumentale cornice, trafugata nel 1997, e da 5 pannelli sottostanti con scene della Passione di Cristo, trafugati ancor prima, nel 1985. Oggi ci rimane solo questa monumentale pala, interessante per molti aspetti. Essa è attribuita a un pittore che ebbe un certo rilievo a Napoli nella prima metà del ‘500: Pietro Negroni, detto “lo zingarello”. Perché attribuita? Ebbene varie sono le perplessità ed i punti oscuri, che avvolgono non solo l’opera in questione ma l’intera carriera artistica del pittore, calabrese originario del cosentino.

Ciò che viene all’attenzione in primis è la datazione in basso al centro dell’opera: 1589. Ebbene è essa a far nascere perplessità, poiché nulla sappiamo dell’artista nel suo ultimo periodo ( compreso luogo e data di morte) né allo stato attuale si conoscono opere della sua ultima fase. Studi precedenti lo volevano scomparso già verso gli anni ’70 del ‘500 (egli nacque nel 1515/1520 con molta probabilità) ma, un atto notarile emerso relativamente di recente e risalente al 1587 attesta la commissione di un’opera, ora perduta, per la chiesa di s. Caterina a Formiello a Napoli a un “Petrus de Nigrone”. L’artista in questione o uno sconosciuto omonimo? Per molti è difficile immaginare una commissione per un simile contesto di livello elevato a un pittore di scarsa levatura, ragion per cui si tende a posticipare la scomparsa  del Negroni addirittura agli anni finali del XVI secolo.

Considerando tutto ciò, l’opera di Giugliano potrebbe essere una delle ultime dell’artista, testimone di quella fase artistica in cui il Negroni adopera un maggiore naturalismo nelle sue creazioni, un’espressività in cui si ritrovano echi della pittura fiamminga, come si nota dalla resa luministica, e dai panneggi dei personaggi della scena, tipici di quella sensibilità e cultura. Ancor più suggestivo appare il Cristo nella sua resa anatomica e coloristica, permeata di grande classicità e naturalismo, grazie anche al panneggio tutt’attorno che col suo candore concentra l’attenzione proprio su di Lui. Echi raffaelleschi  si riscontrano nella resa del paesaggio sullo sfondo.  Per la  sua formazione artistica il Negroni deve molto allo studio delle opere di soggetto religioso di Polidoro da Caravaggio (di cui anche ne sappiamo poco) quando era a bottega a Napoli dal suo conterraneo Marco Cardisco (o forse, ma è meno probabile, uno stesso discepolato presso Polidoro a Messina), proprio a Polidoro il Negroni, o chiunque abbia dipinto l’opera, si ispira, e precisamente a una celebre deposizione, oggi custodita al museo di Capodimonte, di cui ne attenua molto le deformazioni manieristiche.

Da quanto ne emerge Pietro Negroni fu artista di rilievo nella prima metà del XVI secolo,  mediazione tra la cultura dei grandi del rinascimento e quella Manierista, attento alle novità d’oltralpe come la cultura fiamminga, ma anche l’arte xilografa di Albrecht Dürer, tanto da essere definito, da un intellettuale in una lettera del 1544 “eccellenza oggidì dell’arte in cotesti paesi napoletani”. Tanto ancora c’è scoprire su quest’artista e la sua produzione; che la pala di Giugliano possa servire a fare luce?