Tesori di Giugliano, la natività di Maria. Religiosità popolare tra i vicoli della città

Tesori di Giugliano, la natività di Maria. Religiosità popolare tra i vicoli della città

L’opera di Giovanni Antonio D’Amato, realizzata nel 1647, è nella congrega di via Licoda


GIUGLIANO – Trovandosi ad attraversare la piccola via Licoda (tra via V. Veneto e il Corso Campano) vi è proprio a metà di questa la piccola chiesetta della Congrega di Maria Santissima, realizzata nel primo quarto del Seicento; in questa si trovano vari capolavori di tale periodo. Colpisce entrando proprio la grande tela dell’altare maggiore. Difatti, incorniciata da una pregevole cornice lignea seicentesca vi è la Natività di Maria, realizzata dal pittore napoletano Giovanni Antonio D’Amato nel 1647.

Questa è molto diversa per impostazione, cromatismo e stile da quella del Cestaro all’Annunziata, di circa un secolo successiva. Qui ciò che si nota non è la scenografica ambientazione barocca, permeata di luce, del Cestaro, ma un’atmosfera domestica, intima: qui D’Amato sembra proprio “aprire una porta” su una tipica casa napoletana dell’epoca, marginali sono gli influssi barocchi, caratterizzati dagli angeli sulla parte sinistra del dipinto, col loro colorismo tenue.

Non a caso quest’artista si caratterizza proprio per le raffigurazioni di religiosità popolare. Emerge qui dirompente un naturalismo di stampo caravaggesco tipico dei migliori pittori di scuola napoletana, D’Amato, proprio come Caravaggio, trae i suoi soggetti dalla strada, dal popolo, dalle persone di tutti i giorni; vediamo la piccola Maria tra le braccia della balìa e tutt’attorno varie donne di casa, mentre sant’Anna è in secondo piano, quasi in ombra, sullo sfondo.

L’unico accenno al divino è dato proprio dal particolare barocco della raffigurazione: gli angeli in alto che promanano da una calda luce, e quelli in basso che invitano lo spettatore a  “entrare” nella scena, e qui l’artista non tralascia nemmeno il colorismo tosco – veneto del Santafede maturo. Ne emerge un’opera singolare, che fa ruotare attorno alla lezione di Caravaggio quella di altri artisti e tendenze, di un maestro di cui però poco o nulla sappiamo: documentato dalla fine del Cinquecento sino alla metà del Seicento (1635 circa) anche se la sua attività continua fino alla fine degli anni quaranta come del resto dimostra quest’opera, forse una delle ultime testimonianze, che segna certo una grande maturità e una grande padronanza di disegno, volumi, tecnica coloristica oltre che delle tendenze artistiche. Un’opera, complice certo l’ubicazione appartata, quasi sconosciuta; ma si sa, la bellezza spesso si nasconde dove meno ci si aspetta.