Avere fame, in un maggio senza passione

Avere fame, in un maggio senza passione

Nessuno sembra essere in grado di progettare la rinascita del calcio a Giugliano. I mesi passano perdendosi nei meandri della burocrazia, nelle idee irrealizzabili o nel totale disinteresse. Se la soluzione non è a Giugliano, forse è ora di cercare altrove

@Saverio Nappo

Giuglianesi assiepati all'esterno di un campo di periferia, ultima casa del Giugliano
Giuglianesi a seguito della squadra, assiepati ovunque
Giuglianesi a seguito della squadra, assiepati ovunque

GIUGLIANO- Siamo alla fine di maggio, anche se non si direbbe. Per chi vive di adrenalina e passione generata da pallone di cuoio e rettangolo verde è un mese che ha il sapore di gran finale, di festa, ma anche di pericolo scampato o di dolore fortissimo. Maggio vuol dire “fine campionato”, con tutto ciò che queste parole possano significare. Un passaggio troppo lungo, oppure troppo corto, ha determinato il colore ed il sapore del finale di stagione. Un tiro troppo alto, oppure troppo basso, è valso l’accesso ai play off o l’ansia dei play out. La fortuna o la sfortuna, i giocatori giusti o sbagliati per questo o quel modulo tattico, il tifo, il campo perfetto o il campo di patate: sono tutte sfumature che, assieme, completano il quadro, alla fine dell’opera. Maggio, per il tifoso, è il mese in cui il quadro viene esposto. Per essere ammirato o compatito.

Stadio Alberto De Cristofaro, direste mai che ha soli 16 anni?
Stadio De Cristofaro, maggio 2016: direste mai che ha solo 16 anni?

Ad avercelo un quadro da ammirare! Ad avercelo un quadro da compatire! A Giugliano -qualcosa a metà tra un paesone e una città- il calcio non esiste. Non più. Perdendosi nel tergiversare della burocrazia e della cosa pubblico-politica, finanche lo stadio crollerà su se stesso. O almeno quello che ad oggi è il vecchio “Alberto De Cristofaro“. Eppure la città sgomita e chiama a gran voce l’adunanza. La resistenza della passione contro il disinteresse all’italiana. La sensazione è che la sola resistenza di chi ancora sente il suo cuore pulsare per la maglia giallo-blè non basti. Non basta perché il disinteresse è un cancro tra i più difficili da curare. È un virus che si insinua nelle più nascoste profondità dei modi di pensare e di vedere le cose. È capace di trasformare uno scempio in una cosa da niente. Più passa il tempo, più le domande incalzano e si affollano nella testa. Com’è possibile? Com’è accettabile? Perché nessuno sembra interessato davvero, oltre i tifosi (quelli veri)? Perché, ad esempio, non si comincia da una cosa basilare? Quale? Prendere coscienza dell’incapacità di gestire un problema del genere, generalmente complicato o specificamente semplice che sia. Fatto il primo passo, tutti gli altri saranno automatici. Si susseguiranno a ripetizione, sempre più velocemente. Ci si ritroverà a correre e non ci sarà il tempo per guardarsi alle spalle, perché quello che ci sarà avanti sarà molto più interessante.

Trasferta a Benevento, derby di serie C2
Trasferta a Benevento, derby di serie C2, stagione 98/99

Prendete il caso del Football Club Cincinnati. È una squadra dello stato dell’Ohio, Stati Uniti, che milita nella United Soccer League, l’equivalente Lega Pro italiana. L’FC Cincinnati è una realtà giovanissima, fondata nel 2015. Non è un errore di battitura: anno di fondazione del club “2015”. Il calcio, negli States, è un fenomeno che sta esplodendo di recente, contrariamente al vecchio continente, dove è da sempre lo sport principale. Il caso dell’FC Cincinnati è molto interessante perché rappresenta una delle modalità di gestione da prendere come riferimento. Gli investimenti mirati sono stati gestiti in maniera intelligente con l’acquisto di giocatori giovani, ma anche esperti, allenati da un tecnico che di calcio ne ha vissuto abbastanza da poterli schierare assieme -giovani e vecchi- su un rettangolo verde, in modo da ottenere risultati nel medio termine. Ma l’esempio da seguire non riguarda solo la gestione delle finanze e della rosa, ma è interessante osservare come la proprietà abbia lavorato con la stessa attitudine sulla città. Sui tifosi. Sugli appassionati. Come? Semplice: coinvolgendoli, sempre, in prima persona. Risultato? A un anno dalla fondazione, 20mila tifosi, in “Lega Pro americana”, squadra al vertice della USL e MLS -la serie A italiana- nel mirino. It’s easy!

Giugliano-Reggina, coppa Italia, 7 agosto 2005
Giugliano-Reggina, coppa Italia, 7 agosto 2005

Oppure prendete il caso del Sassuolo, fresco invitato al ballo dei debuttanti nell’anticamera del paradiso che risponde al nome di Europa League. Dalla stagione 2005/2006 ad oggi ha disegnato il suo grafico nero-verde costantemente in salita. Come? Con la gestione meticolosa e intelligente delle risorse a disposizione. Progetto, pianificazione e investimento si sono fuse assieme generando una nuova unica entità: il credo. Anno dopo anno il credo si è amplificato, si è espanso, così come gli introiti, come i valori in rosa, così come l’apprezzamento degli appassionati, così come lo spessore delle proprie ambizioni. Senza alcun abuso delle proprie possibilità, mai un passo più lungo della gamba. In punta di piedi, sempre. Sansovino battuto nel play off di serie C2, stagione 2005/2006. Primo posto nel campionato di serie C1, anno 2007/2008. Primo posto nel campionato di serie B, stagione 2012/2013. Qualificazione in Europa League, stagione 2015/2016. Con l’acquisizione dello stadio Giglio di Reggio Emilia, il Sassuolo è una delle pochissime società di calcio italiane ad avere uno stadio di proprietà. La Reggiana, vittima della cattiva gestione (vi ricorda qualcosa?), vecchia padrona di casa, è attualmente un’affittuaria del Sassuolo. Maggio in festa, poi tutti al mare. Non so se mi spiego.

Negli ultimi anni pre-fallimento, il Giugliano ha pellegrinato ovunque, pur di giocare
Nell’ anno pre-fallimento, il Giugliano ha pellegrinato ovunque, pur di giocare

Ammessa la difficoltà nel programmare e gestire la crescita di un progetto serio e sano è il passo fondamentale da compiere per scrollarsi di dosso un passato macchiato indelebilmente da fallimenti e gestioni basate su qualcosa di indefinibile e successi attribuibili a geniali intuizioni di meteore transitate -grazie a Dio- nella città della Melannurca. Giugliano è un amplificatore di passione spento da troppo tempo, è una piazza che non riesce più a stare senza una maglia che la rappresenti. Il recente fallimento del Giugliano Basket Club, dopo aver assaporato i professionisti con ottimi risultati, non ha fatto altro che drogare di passione la città per poi lasciarla a bocca asciutta, sul più bello. Senza calcio, senza basket. Il tempo stringe, ormai. Fate come a Lens, in Francia, dove hanno chiamato addirittura i proprietari dell’Atletico Madrid per salvare la squadra della città! Chiamate anche voi i proprietari dei grandi club proponendogli un affare! Chiamate i Pozzo che, in Europa, hanno più squadre che case! Chiamate i grossi industriali italiani o magari i cinesi che non riescono a comprare il Milan dal nostalgico Berlusconi! Chiamate chiunque abbia le capacità intellettuali ed economiche, ma fate presto! È di nuovo maggio e Giugliano ha fame di passione.