Giocare e sorridere

Giocare e sorridere

Esordio perfetto per Milik: doppietta all’esordio da titolare al San Paolo. Mertens irradia, Callejon coordina, Zielinski sorprende. A due giorni dalla chiusura del mercato, a mister Sarri mancano ancora gli ultimi due tasselli per poter sorridere

@Saverio Nappo

ridi e va
Niente da ridere per il presidente De Laurentiis.
Niente da ridere per il presidente De Laurentiis.

La prima al San Paolo di questa stagione atipica mi ha ricordato l’atteggiamento di chi ama per pazienza, di chi ama per abitudine o, meglio ancora, per senso del dovere. Il disamore della città è palpabile e appesantisce il passare dei minuti che mi separano dal fischio d’inizio. A Napoli, la ritualità è una sfumatura sociale onnipresente, in ogni gesto, in ogni azione. Uscita Fuorigrotta, per chi viene dalla provincia Nord. Prima del curvone che inietta il fedele direttamente nella cattedrale, si dà un’occhiata al parcheggio che si affaccia sulle corsie della tangenziale. Solitamente è pieno già due ore prima, solo quando la partita è di cartello. Come ogni domenica -ogni due settimane- ho alzato lo sguardo verso quel parcheggio. Tutto vuoto. Non mi sbalordisco. Quaranta euro per un biglietto di curva, se vuoi vedere il Milan. Ne ho spesi trenta per vedere il Chelsea -poi vincente del torneo-, in Champions, agli ottavi. Il San Paolo è lontano anni luce da valere il prezzario da grande stadio, bloccato giusto in mezzo tra le ragioni di chi chiede e chi concede. L’atteggiamento della società ha creato un pantano di malumore nel quale è rimasto arenato l’affetto della gente. Non vedo nessuno sorridere. Non c’è amore, se non quello a prescindere. Ma quello ce l’hanno in pochi.

Mertens ha strappato la maglia da titolare ad Insigne, con la grinta, con il cuore
Dries Mertens: grinta, forza e cuore

Salgo le scale, rispettando il sacro rituale. Ultimo varco a destra, ultima scala a destra, seconda rampa a destra, ultima ringhiera a destra. Il mio posto è lì che mi aspetta. Chiudo gl’occhi per un secondo. Li riapro. Il prato verde ancora imperfetto, i soliti spazi vuoti agli angoli alti del settore “Distinti”, il settore ospiti sempre vuoto, le squadre in campo in fase di riscaldamento. Mi è mancato tutto ciò. Finalmente sono a casa. Però qualcosa mi stringe il petto e mi rende difficoltoso il respiro. È il disappunto per la solita routine societaria, esperta costruttrice di ciambelle senza buchi. Sono stati appena ufficializzati Diawara dal Bologna e Rog dalla Dinamo Zagabria. La cessione di David Lopez al Betis Siviglia, molto probabilmente chiude la fase di costruzione del centrocampo bianco azzurro per la stagione 2016-2017. Lo sguardo si perde nel vuoto, resto abbagliato dai riflettori. Sono sovrappensiero. Manca ancora qualcosa per essere felice. Manca ancora qualcosa per godere dell’insopportabile caos di lamiere e smog di Fuorigrotta. Questa calma e questo ordine sono insopportabili.

Silenzioso e sorridente, freddo e pulito, est europeo vintage
Silenzioso e sorridente, freddo e pulito, est europeo vintage

Il primo tempo non è un monologo azzurro, come potrebbe far credere il risultato parziale di 2-0, dopo 45 minuti. I carichi di lavoro di Sarri non sono ancora stati smaltiti. Le gambe pesano  ancora come pilastri di cemento armato. I movimenti del 4-3-3 sarriano sono ben riconoscibili ma lenti e prevedibili. La linea difensiva è ancora in fase di rodaggio. Reina è un faro spento nella notte. Bastano, pero, dai 15 ai 20 minuti per riscaldare a sufficienza i muscoli tanto da scioglierli, da renderli elastici, performanti, affidabili. Mi ritorna in mente, dopo metà primo tempo, il Napoli padrone del giocotessitore di ragnatele senza fili. Il cuore torna a battere forte all’improvviso, quasi come risvegliato da un riposo pomeridiano tanto lungo da avermi stordito più che riposato. Arkadiusz Milik è ancora ricoperto da una grigia patina di diffidenza, su di lui c’è ancora fredda e ferma l’ombra di ciò che è stato. Lo guardo, preoccupato e attento, ma lui sorride. Gioca e sorride. I trentamila del San Paolo lo guardano preoccupati e attenti, ma lui sorride. Gioca e sorride. Fa a sportellate tra le linee difensive, sorridendo come chi non vorrebbe far altro in quel momento. Si fa vedere nei corridoi che Jorginho gli crea dal nulla. Si fa vedere sempre. Ci prova. È sempre dove deve essere. Sul pallone che sbatte sulla traversa su tiro a giro di Mertens, è lì a ribadire in rete. Con i suoi centimetri in più degli altri, è lì a saltare più di tutti al centro dell’area piccola per ribadire in rete l’angolo di Callejon. Doppietta, all’esordio da titolare in serie A, alla prima al San Paolo. E’ lì e sorride. Gioca e sorride. Come dire? Avverto una certa affinità.

Callejon e Mertens giocano più vicini alla punta e alla porta: reti in stagione?
Callejon e Mertens giocano più vicini alla porta: reti in stagione?

Ci vogliono dieci minuti per vanificare tutto. Si spalanca una voragine al centro del campo dal quale esce prima una mano, poi l’altra –Niang prima, Suso poi-. E’ il diavolo -rossonero-, venuto per trascinare il Napoli a picco nell’ignoto, nel luogo dei vinti, nel luogo dei rimpianti, delle occasioni perse, dei se e dei ma. “Non può piovere per sempre” diceva un film che riguardo almeno due o tre volte l’anno. Il Milan si sgretola nella mediocrità che lo tiene lontano dal suo passato glorioso. Non reggono i nervi -due espulsioni in 11 minuti-, non regge la diga Montolivo-Bonaventura che crolla sotto la spinta perpetua di Zielinski, subentrato ad Allan. Il diavolo resta intrappolato nella ragnatela tessuta dalla sfera bianca che viaggia, veloce, da destra a sinistra, avanti e dietro. Mi perdo nelle traiettorie del pallone che mi sembrano, ogni volta, sempre nuove, sempre più precise. Callejon cala il sipario. Dagli spalti, timidamente, si alza un coro che ricordo bene. Questa volta non c’è nessuno a cantarlo sotto la curva ma sento il cuore che torna a battere. Lentamente. Vedo le bocche che tornano a sorridere. Di nuovo. Un po’ come fa quello lì. Quello che gioca e sorride. Gioca e sorride.

Giocare e sorride, come Milik
Giocare e sorride, come Milik