Il racconto choc di Mariano, baby boss di Ponticelli: “Avere il kalash è come abbracciare Belen”

Il racconto choc di Mariano, baby boss di Ponticelli: “Avere il kalash è come abbracciare Belen”

Il giovane, protagonista del film “Robinù”, racconta la sua infatuazione verso il mitra. “Con quello in mano mi sento il padrone del mondo”


NAPOLI – La camorra disorganizzata. Fatta di giovanissimi, la “paranza dei baby gangster”, che già giovanissimi hanno un’arma in mano. È la criminalità dei baby-boss, chiamati ora “barbudos ora “paranza dei bambini”, svelata dal film di Michele Santoro «Robinù», in programmazione la prossima settimana al festival del cinema di Venezia. Un racconto vivo e dal vivo di giovanissimi gangster imbevuti di un nichilismo senza aspettative e senza rimorsi. Storie vere e facce vere, come quella del giovane infatuato del mitra, u kalash: «Con quello in mano non hai paura di niente, tiene 33 botte, è come camminare blindato». Una scrollata di spalle: «È bellissimo, è come avere una macchina a benzina invece che a diesel. È come abbracciare Belén». Frasi che racchiudono l’intero orizzonte di quella malavita: armi, donne e motori.

La vita dietro le sbarre, gli agguati, “quella che continua a insanguinare Napoli e dintorni nella pressoché totale indifferenza nazionale, relegata a qualche fascicolo giudiziario e ai periodici allarmi di magistrati e investigatori. Senza che nessuno si inquieti più di tanto”. E come segno distintivo ci sono “barba e tatuaggi”. Emanuele Sibillo, morto ammazzato da latitante a luglio 2015 nella nuova faida di Forcella. Aveva 19 anni. S’era fatto crescere la barba, come gli altri del suo gruppo per i quali è divenuta un segno distintivo insieme ai tatuaggi, alcuni commercianti del quartiere gli hanno dedicato un busto in gesso e un bambino a carnevale s’è mascherato con le sue sembianze. Assomigliava a un soldato dell’Isis, e probabilmente di quel genere di terroristi invidiava la determinazione alla conquistare il potere; non importa se in nome dell’Islam o dei soldi che ti consentono di svettare su tutti gli altri. «Chi ha ucciso Emanuele deve morire», sentenzia una ragazza innamorata. «Se vedo uno che spende 1.000 euro, io ne voglio spendere 2.000 perché devo dimostrare di stargli sopra», dice Michele. Un altro lancia un insulto: «Pentito!», e l’offeso ribatte: «Pentito è tuo padre!».

 Un film che racconta dunque la “nuova camorra disorganizzata” e, chi vedrà questo film non potrà più fare finta di non sapere, alla notizia del prossimo omicidio sotto il Vesuvio. Né potrà stupirsi o scandalizzarsi. Gli basterà ricordare quel volto quasi inespressivo che svela: “La prima pistola l’ho avuta a 15 anni. Me l’ha data un ragazzo che mi voleva spiegare come si vive a Napoli. È morto sparato”.