Padroni del gioco, padroni di casa

Padroni del gioco, padroni di casa

Sarri legge magistralmente l’assetto tattico del Benfica. Al settantesimo il suo Napoli è avanti 4-0, con il campo in proprio possesso. Il calo di tensione della retroguardia azzurra favorisce i due goal portoghesi, nel finale

@Saverio Nappo

Marekiaro

NAPOLI- La parola chiave sembra essere esattamente questa: padronanza. In un lasso temporale dove non si ha nemmeno il tempo per riprendere la voce dopo un’esultanza, c’è l’ennesimo banco di prova per testare il livello di apprendimento della squadra. L’obiettivo è mantenere la testa del girone B di Champions League. Battendo il Benfica. Affrontare i fantasmi del passato sembra essere una consuetudine, ai piedi del Vesuvio. Affrontare l’avversario che non sei stato in grado di superare nel recente passato, per capire quanti passi in avanti sono stati fatti e in che direzione. Il Benfica ricorda l’emozione della prima volta, quando essere padroni di casa poteva significare tutto e niente, quando difendersi dal più forte era il terreno piano su cui costruire il castello dorato, mattone dopo mattone. Era il 18 Settembre 2008, sulla panchina c’era Edy Reja e l’Europa League rappresentava il penultimo gradino da salire prima del paradiso, calcistico ma non solo. Il Benfica rappresentò, per il Napoli, il ritorno nell’Europa calcistica, dopo quattordici anni dall’ultima volta. Sembravano ne fossero passati almeno il doppio. Sembrava di averne vissute così tante, di averne viste di così assurde, che essere lì, in quella sera piovosa di metà Settembre, aveva le sembianze di un premio. Per esserci stati, per aver amato. Per aver creduto nella venuta di un profeta.

Hamsik segna il suo goal numero 101 con il Napoli: è il preludio ad una serata di grande calcio
Hamsik segna il suo goal numero 101 con il Napoli

Dopo circa otto anni da quella sera, è di nuovo Napoli-Benfica, al San Paolo. Questa volta non piove e il telone che copre il grande cerchio di centrocampo non è quello dell’Europa League. Ci sono le grandi stelle nere, sul fondo bianco-grigiastro. Questa volta, prima del fischio d’inizio, il rituale prevede l’ascolto della musichetta. Già, la musichetta. Quelle note composte da un’orchestra -lontano dagli stadi- pare suscitino sentimenti strani. Controversi, intensi, contrapposti. Sentimenti veri. Napoli è un gigantesco amplificatore di emozioni, dove finanche il “sentito dire” diventa “indiscutibile verità”, se si genera un legame col calcio. La musichetta diventa, così un richiamo al quale è quasi impossibile resistere. È come se il calcio si allontanasse per novanta minuti da quello che è il suo tradizionale significato emotivo-etimologico. È come se mutasse in qualcosa di più leggero, in qualcosa di ancor più affascinante del calcio stesso. Le squadre entrano in campo attraverso una porta in alluminio e plastica, blu e bianca. Il prato sembra più verde, oltre la porta. Si gioca in un giardino segreto, dove tutto è più bello, dove solo in pochi possono starci. Dove non ci sono nuvole ed il cielo è pieno di stelle.

Sarri ha curato ogni minimo particolare. La tensione per la paura di sbagliare gli ha acceso la Marlboro. Non lui.
E’ la tensione per la paura di sbagliare ha acceso la Marlboro. Non lui.

Sulla panchina c’è Maurizio Sarri. Per lui è l’esordio casalingo in Champions League. “A Kiev ho avvertito l’emozione della partita importante, ma qui al San Paolo c’è stato il mio vero debutto in Champions”, dirà in un’intervista post partita, facendo fatica a trattenere l’emozione, ma obbligato a farlo. L’avversario è di caratura internazionale, onnipresente in competizioni europee, con la bacheca stracolma di trofei vinti e con in campo giocatori importanti. “Ho pensato che, dato il loro eccellente palleggio tra le linee, fosse meglio lasciargli campo a sufficienza. La loro metà campo.”: in questa affermazione risiede il senso ultimo del calcio secondo Sarri. La lettura della partita è magistralmente perfetta. Concedere campo per non perderlo. Concedere il pallone per non perderlo. Concedere il cardo per non perdere il decumano. Il calcio si fonde con la concezione architettonica della vita del vicolo, a pensarci bene. Lasciar entrare il Benfica in una piccola ma accogliente piazza, illuminata dal sole e attraversata dal vento che sale dal mare, per poi attirarla nell’ombra dei vicoli poco battuti, dove il sole non arriva. Dove il padrone di casa è l’unico direttore del gioco.

Punizione magistrale di Mertens, che porta il Napoli su 2-0. Si sarebbe ripetuto nel finale, segnando il 4-0.
Punizione magistrale di Mertens, che porta il Napoli su 2-0

I portoghesi giocano quarantacinque minuti di notevole spessore tecnico-agonistico, conquistando terreno che Sarri non aveva previsto di concedere. Il campanello d’allarme ha suonato, il ghiaccio è stato rotto. Dal quindicesimo minuto del primo tempo al settantesimo del secondo tempo, il Benfica è in balia della fisarmonica sarriana. La squadra portoghese è aggirata, soggiogata, sminuita, calcolata, anticipata, battuta. Una, due, tre, quattro volte. Hamsik, Mertens, Milik, ancora Mertens. Nessuna delle quali in modo banale. Cinici ragazzi che ridono e bramano la vittoria, cattivi nel prendersi gioco dell’avversario in un terreno di gioco che non è più il San Paolo: sono i vicoli della città. Mai perdersi, senza sapere dove andare. Un sussurro a destra, dietro un angolo. Sguardo verso quel sibilo. Niente, nessuno. Bisbiglio nell’ombra di un lampione mezzo rotto. Occhi spalancati, ma niente, di nuovo.

Il rigore con cui il Napoli va sul 3-0, realizzato da Milik, è il suo terzo goal in due partite di Champions
Il rigore realizzato da Milik, è il suo terzo goal in due partite di Champions

Immagino l’ansia provata da Julio Cesar e compagni nel momento in cui si sono resi conto di essere in trappola. Ed era troppo tardi. Il buon gioco che hanno prodotto fino a quel momento era una gentile concessione. Un raggiro. Un inganno. Il Napoli di Sarri fa suo il gioco, fa suo il destino della partita. Spinge, pressa, attacca gli spazi. Callejon e Mertens si materializzano nel vuoto, nell’ombra creata dai lampioni vecchissimi dei vicoli dove le auto non passano. Non possono. Dove il Benfica non passa. Non può. Persino i due goal segnati dai portoghesi sono una libera e non autorizzata concessione dell’undici di mister Sarri. Comandare il gioco significa essere padroni del campo. È ossessione e filosofia applicata al mondo del calcio. Comandare il gioco ed essere padroni di casa.

Forse neanche il Record, giornale portoghese, si è reso conto che il "Terrore" è durato più di 8 minuti..
Neanche il Record si è reso conto che il “Terrore” è durato più di 8 minuti..