Quei polacchi lì

Quei polacchi lì

I polacchi del Napoli sempre più protagonisti. Zielinski determinante, Milik sempre più cinico e concreto. E’ impressionante la qualità del gioco espresso dalla squadra che, quest’anno, gode finalmente di una panchina di grande valore tecnico

@Saverio Nappo

Quel polacco lì

NAPOLI- Cos’è il calcio se non una rappresentazione del bello? Osservare un blocco in marmo perfettamente lavorato tanto da assumere sembianze umane o ammirare a bocca aperta passaggi perfettamente eseguiti per percorrere cento metri di campo senza concedere all’avversario nemmeno un simbolico tocco del pallone: che differenza c’è? Entrare in un museo a Varsavia dove sono esposte opere di Iza Tarasewicz ed entrare nello stadio San Paolo dove è in mostra la modellazione di un’idea di calcio perfetta e mai uguale: quali sono le incongruenze concettuali? Una volta si diceva che il campo pesante metteva in difficoltà le squadre che giocavano palla a terra e che il calcio troppo ragionato, alla fine, contro le squadre corsare di provincia non pagava perché il goal lo prendevi sempre in contropiede. Una volta, nemmeno tanto tempo fa, almeno a Napoli, si pregavano divinità argentine affinché mandassero loro ambasciatori in riva al Golfo a guidare una città che senza eroi non sa stare. Una volta. L’Argentina è lontana, il tango e l’energia sudamericana questa volta non c’entrano. Soffia un fresco e forte vento dell’est che porta suoni di Mazurka e sorrisi giovani di chi è cresciuto in fretta rimanendo bambino. Arek e Piotr. Quei polacchi li avevo già visti da qualche parte. O, forse, ne avevo solo sentito parlare. Cercavo un santone a Buenos Aires e mi ritrovo due biondi ragazzi dell’est che ridono e giocano, che fanno quello che devono fare. Senza troppo tergiversare.

Josè Maria Callejon: tuttocampista, capocannoniere
Josè Maria Callejon: tuttocampista, capocannoniere

Non hanno bisogno di romanzi che raccontino la loro ascesa o storie mitologiche che svelino il significato di un soprannome che chissà chi gli ha dato e dove. Arek e Piotr. Punta centrale e centrocampista versatile. Semplice. Ho percorso la tangenziale senza dire una parola, assorto nei dubbi. Ma il calcio è così, fuori piove, la tua ragazza sul sediolino accanto guarda il paesaggio bagnato e lucido, e tu pensi che una partita ogni tre giorni è troppo per i ragazzi in campo. Pensi che il Bologna di Donadoni è la solita trappola di metà Settembre che arriva a spazzar via le certezze di un’estate troppo breve. Il casello, il parcheggio, la discesa, il tornello. Blerim Dzemaili alimenta la mia preoccupazione con un buonissimo tiro, indirizzato alla destra di Reina. Parata plastica, in angolo. Alzo lo sguardo, la Luna si fa strada tra le nubi che prendono il largo verso Ischia. Dal quarto minuto del primo tempo al quarantaseiesimo ricomincia la manifestazione più naturale e viva del modello di calcio perfetto. In campo c’è Strinic per Ghoulam, Insigne per Mertens, Gabbiadini per Milik e Zielinski per Allan. Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

Callejon sta ancora esultando mentre Zielinski e Hysaj riprendono posizione
Callejon sta ancora esultando mentre Zielinski e Hysaj riprendono posizione

La prestazione di Piotr Zielinski è di quelle che fanno appassionare i bambini al calcio, quando guardano la loro prima partita in Tv, un pomeriggio che piove e non si può uscire a giocare per strada. 89% passaggi riusciti, 2 chiare occasioni da goal create, 60% dei contrasti vinti. Posizione del campo coperta: ovunque. Piotr, 22 anni, gioca come se ne avesse 32. Resta freddo e fermo nel suo essere “Piotr Zielinski”, riuscendo a creare un confine invalicabile per tutto ciò che non gli appartiene. Pacchianamente, in un’intervista, gli è stato chiesto cosa ne pensasse del caffè napoletano: ha risposto “francamente, non bevo mai il caffè”. È stato in grado di mettere in discussione la titolarità di tutti e tre i titolarissimi del centrocampo partenopeo. La sua presenza in campo permette ad Hamsik di giocare con più scioltezza e di impostare a testa alta a suo piacimento. Partecipa alla genesi del calcio nel centrocampo sarriano, si adatta a meraviglia al microcosmo perfetto che è il 4-3-3 del professore, dove si difende attaccando e si attacca difendendo. Ogni sfumatura di calcio è funzionale all’altra. L’insieme è il quadro perfetto che raffigura il controllo del gioco e del risultato. Al quattordicesimo minuto, Insigne segue con lo sguardo la linea immaginaria disegnata dal movimento astratto di Josè Maria Callejon. Dipinge un cross che va a finire dove sa che sarà il 7 bianco azzurro. Non è predire il futuro ma sapere dove un colore va a mescolarsi con un altro per crearne uno nuovo, più bello, più caldo. Il vantaggio per 1-0 allo scadere del primo tempo si dissocia dalla mole di gioco creato, dall’insieme in cui i colori persistono dinamici. È quasi come se l’idea di calcio sarriano si divincolasse dal mero risultato e si spingesse oltre, espandendosi nel luogo del piacere sensoriale più che numerico.

Innamorarsi di un polacco che esulta sotto la curva B
Innamorarsi di un polacco che esulta sotto la curva B

La ricerca della perfezione è, tuttavia, cosa complicata mascherata da gioco da bambini. Basta un movimento sbagliato, un compagno che ti copre il pallone che parte dai trenta metri o un attimo di alienazione dal contesto, che bisogna ricominciare tutto da capo. Verdi beffa Reina. Reina beffa Reina. Bisogna stendere un nuovo telo e ricominciare a disegnare calcio, mettendo ogni colore al suo posto. Sarri, in un’intervista radiofonica, ha ammesso che “il Napoli non è bravo a difendersi nel senso tradizionale del termine, quindi, per non subire, l’unica cosa che è bravo a fare è togliere campo all’avversario”. Attaccare per difendersi. Togliere colori all’avversario per utilizzarli a proprio piacimento. Svilire l’avversario strozzando il suo ottimismo, battendo sui suoi nervi scoperti togliendogli ogni benedetto pallone. Uno sguardo alla panchina, passeggiando nervoso in bilico sulla linea dell’area tecnica. Un sorriso. Mescolare ancora colori, per crearne di nuovi. Ancora. Fuori Strinc per Ghoulam, fuori Gabbiadini per Milik, fuori Jorginho per Allan. Il Bologna perde il campo col passare dei minuti, fino a ritrovarsi costretto nella propria metà campo. Il confine oltre il quale non si può andare è, di nuovo, disegnato dal pallone, che viaggia veloce, da terzino a terzino, da centrale a centrale, da portieri a punta. La punta. Arek, Arkadius. Quello che ride mentre gioca. L’assist di Hamisk è un graffio nell’aria, nel verde del campo, che adorna l’ellisse disegnata dal polacco. Piede sotto il pallone, portiere scavalcato.

Milik scavalca i tabelloni pubblicitari e sembra voler abbracciare la curva
Milik scavalca i tabelloni pubblicitari e sembra voler abbracciare la curva

Sarri, parlando con i giornalisti nel dopo gara, cerca di nasconderlo, di proteggerlo. Lo allontana da paragoni che sembrano non-colori fuori contesto. Lo sta plasmando, un po’ alla volta, miscelando bene le giuste tonalità di inserimento negli spazi e la qualità del tocco del pallone. Sta creando la sua idea di punta centrale modellando quel polacco acerbo ma naturalmente propenso all’apprendimento. Gli hanno detto che segna solo di testa. Minuto 78, limite destro dell’area di rigore bolognese. Milik intercetta un pallone vagante, portandoselo sul sinistro, suo piede naturale. Alza lo sguardo, per un attimo. Pennello immerso nel colore. Inarca il busto leggermente all’indietro e colpisce il pallone di mezzo collo interno. Il pennello tocca la tela, sfiorando lì dove basta solo un tocco, impercettibile ma deciso. Il pallone parte velocissimo, sembra una linea leggermente curva, diretta sul palo del portiere avversario. Respiro, due passi indietro, per guardare, il tutto, l’insieme. Il pallone finisce in rete, inarrestabile. Braccia aperte, sorriso, sguardo verso la curva. 4 goal in 193 minuti giocati. Uno ogni quarantotto.

Intanto la Juventus cade a San Siro, sotto il peso delle sue convinzioni premature, lasciando il Napoli, da solo, in vetta, almeno fino a mercoledì. Non c’è tempo per guardare con ammirazione il quadro appena realizzato. Bisogna andare, il prossimo campo aspetta già. È il calcio moderno che lo chiede, nel suo menefreghismo frenetico. Bisogna continuare a girare il pallone, velocemente, e attaccare. Attaccare per difendersi.

Insigne festeggia il raddoppio di Milik. Poco prima Gabbiadini era uscito scuro in volto
Insigne festeggia il raddoppio di Milik. Poco prima Gabbiadini era uscito scuro in volto