Giocare lontano dalle aspettative

Giocare lontano dalle aspettative

È arrivato il momento di fare i conti con se stessi. per Manolo e per la società. Non si può compromettere il lavoro eccellente fatto finora, lasciando al caso le sorti del ruolo forse più importante, per la tattica del 4-3-3 sarriano. Gabbiadini non è in grado di soddisfare le aspettative del tecnico e della tifoseria, semplicemente perchè non è un ruolo e un peso che gli si addicono

@Saverio Nappo

Dzeko su Allan!?

NAPOLI- Il derby del sole, o quello che ne rimane, non è una partita come le altre. Non lo sarà mai. È come la sfida alla Juventus, come una sfida ad una nobile del calcio europeo in Coppa dei Campioni o in Coppa Uefa. Si, le chiamo ancora con i loro vecchi nomi; trovo che gli anni 80-90 del calcio siano il limbo in cui ricercare il significato ultimo della perfezione, dove sponsor e pay-tv erano ancora il contorno al contesto. Battere la Roma, o la Juventus, genera una reazione a catena fatta di positività, di aspettative, di significati nascosti che altrimenti non nascerebbero o se ne starebbero nascosti in un cassetto stracolmo di cianfrusaglie, come i sogni di gloria o le soddisfazioni più belle degli anni passati, come le aspettative o come le speranze fortissime. Vincere una di queste sfide porta il tifoso-fedele a vivere meglio la sua quotidianità -forse felice- da dipendente, da stipendiato, da sottopagato, da sottovalutato, da cassaintegrato, da studente in preda all’ansia, da stagista, da essere umano abitante della modernità.

C'erano grandi aspettative sulla prestazione di Gabbiadini. La gente lo ha atteso abbastanza
C’erano grandi aspettative, tra la gente accorsa in massa

Perdere una partita del genere ti porta a non fregartene di niente, per un po’. Il caffè si fredda nella tazzina che non è bella bollente come al solito, le sigarette si consumano tra le dita ingiallite mentre il venticello se le fuma al posto tuo. Finanche il Sole sembra non essere Sole vero, perché non ti scalda a sufficienza. Senti che qualcosa non va, avverti che qualcosa si è bloccato. Anche Maurizio lo sa. Anche lui sente che qualcosa si è inceppato, nel corso caotico degli eventi sparsi in giorni che scorrono così veloci da accavallarsi quasi. Maurizio lo sa, lo sente nell’aria pesante e calda di questo Ottobre anticiclonico. Sa perfettamente che potrebbe essere solo l’inizio di qualcosa di inatteso. Ma cosa vuol dire “attendere qualcosa”? Presuppone l’ardore di riuscire a prevedere qualcosa, in modo da porvi rimedio prima ancora che accada. Aspettative, tanto da anticipare causa ed effetto. Aurelio si sarebbe aspettato il crack del ginocchio sinistro della sua unica punta centrale, a Varsavia, ed avrebbe trovato un rimedio, mesi prima di quella sera di nazionali, prendendo un altro ragazzo, partecipe e valido per tutelarsi. Lo stesso Arek avrebbe previsto quella scivolata maldestra, giorni prima, e forse avrebbe lasciato scorrere il pallone oltre la linea di fondo, senza provare l’intercetto.

Paradosso del San Paolo: la partita la risolve l'unica punta centrale di ruolo in campo
Paradosso: la partita la risolve l’unica punta centrale di ruolo in campo

Eppure tutto ciò non esiste, non ha alcun senso, se non nella testa del tifoso. Oppure resta il sostegno senza scopo di lucro, a prescindere da tutto il resto. Ho visto ragazzini disperarsi, scuotere le loro teste, ancora benedette e leggere, guardando il campo. Guardando Manolo. Ha fatto la gavetta, ha giocato con buoni giocatori e con i campioni. Ha giocato in Nazionale, in giro per il mondo. Ha giocato in ogni competizione, in giro su campi che profumano di storia del calcio, in città lontane e bellissime. Indossa la 23 del Napoli, la indossa da tempo, ormai. Ho guardato quei bambini negl’occhi, poi ho guardato Manolo, da lontano, tra la gente. Lo aspettavo, l’ho aspettato. Come quei bambini, come un bambino. Ho desiderato per tutta la vita di poter calciare un pallone verso la porta, in una di queste partite. Per sentire il frastuono incontenibile che mi comprime il petto come un’onda d’urto. Questo ha alimentato le mie aspettative verso ogni giocatore: com’è possibile giocare senza enfasi? Non ero mai arrivato a pormi questa domanda, nemmeno negli anni bui che ho chiuso da qualche parte nel dimenticatoio, a doppia mandata.

Manolo e i suoi demoni, sull'orlo del baratro
Manolo e i suoi demoni, sull’orlo del baratro

Gabbiadini ha toccato 10 palloni in 55 minuti giocati, tirando una sola volta. Un solo cross, intercettato dalla difesa. Due duelli aerei di cui solo uno vinto, a centrocampo. Per il resto è una serie infinita di zeri. Zero goal, zero palloni intercettati, zero tackle, zero assit, zero key pass, zero occasioni create, zero gialli, zero rossi. Zero. Guardo Manolo, in silenzio, da lontano. Lo riguardo in tv, il giorno dopo, facendomi del male. Lo vedo solo, in mezzo al campo, a fare a sportellate con il tuo ego che implode, che scompare un po’ alla volta. Gabbiadini punta centrale, Gabbiadini ala destra, Gabbiadini esterno di centrocampo. Non importa. Manolo Gabbiadini è semplicemente lontano da se stesso, lontano dalle aspettative che i tifosi e i compagni hanno su di lui. Il 90% dei cross verso l’area di rigore si è perso nel nulla, in un buco nero fatto di assenza. La parola assenza indica una mancanza, una non-presenza. Manolo è questo. Manolo non è. Non è punta centrale, non è ala, non è esterno di centrocampo. Manolo non è nella sua testa, nelle sue gambe, nei suoi piedi. Il Napoli è un generatore di energia che non sfocia da nessuna parte. Perchè non ha un punto di sfogo. Perché Milik non c’è, perche Gabbiadini non è. Siamo solo ad Ottobre, Gennaio è lontano. Maurizio, lo sa.