Giudice e dèspota: la metamorfosi del tifoso

Giudice e dèspota: la metamorfosi del tifoso

Gli azzurri tornano alla vittoria (1-2) sul campo del Crotone, dopo due sconfitte consecutive in campionato e una in Champions. Il giudice di gara espelle Gabbiadini alla mezz’ora del primo tempo. In dieci per oltre un’ora, il Napoli tiene il campo gestendo il possesso

@Saverio Nappo

CROTONE, ITALY - OCTOBER 23: Nikola Maksimovic of Napoli celebrates after scoring his team's second goal during the Serie A match between FC Crotone and SSC Napoli at Stadio Comunale Ezio Scida on October 23, 2016 in Crotone, Italy. (Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Tornare a vincere era l’unica cosa che contava, è vero. Muovere la classifica per cominciare la risalita del baratro bergamasco, appestato dal buio romanistaera diventato l’obiettivo primario, senza alcun dubbio. La prima sconfitta interna in Champions League al sapor di suicidio sportivo aveva appesantito l’aria fino a renderla irrespirabile. L’obbligo, il “must”, ha trasformato inevitabilmente ogni passaggio in un gesto tecnico difficilissimo così come ha caricato ogni tiro in porta con una responsabilità quasi politica, quasi determinante. Ma per chi? Per cosa? Per il tifoso giudice, unico avversario da superare, in queto momento nero. Parole come “vittoria” o “punta centrale” hanno assunto significati pericolosi, tanto da diventare degli inneschi di ordigni pericolosissimi. Parole semplici e naturali per il microcosmo che è il calcio che, ad un tratto, sono diventate scomode, ingombranti, fuorvianti. Parole capaci di aizzare folle rabbiose contro nemici inesistenti, significati innocenti capaci di generare credo fondamentalisti calcistico-religiosi in contrapposizione con tutto e con tutti.

Callejon realizza il suo goal numero 6, in campionato: uno ogni 120 minuti
Callejon realizza il suo goal numero 6, in campionato: uno ogni 120 minuti

Dominare il gioco, impadronirsi del campo, cercare il goal con veemenza e attaccare l’avversario con regolarità statistica ha perso di significato e importanza ad ogni tiro fuori dallo specchio della porta, ad ogni passaggio in orizzontale, ad ogni minuto di Manolo Gabbiadini senza toccare il pallone. A che pro? Perché tutto ciò? È come se il tifoso moderno fosse chiamato a giudicare avanti ad una giuria immaginaria, composta da sconosciuti, amici e parenti, peggio ancora se tifosi o simpatizzanti di squadre diverse dalla tua, simpatizzanti per quel modulo o quel giocatore anziché un altro. Quanto lontano si è caduti dall’albero? Quanto distanti sono i concetti di tifoso e giudice? A mente fredda appare tutto più chiaro: caricare di responsabilità un giocatore o una squadra intera non fa altro che generare ansia da prestazione. A pensarci bene, tutto ciò non ha a che fare solo con il gioco del calcio, con la serie A o le serie minori, con il Crotone o con la Roma o col Besiktas. Tutto ciò è collegato con il mondo reale, con il quotidiano di noi tutti.

Primo goal in serie A per Nikola Maksimovic
Primo goal in serie A per Nikola Maksimovic

Essere messi sotto pressione dal padrone-giudice di turno, che magari, ad esempio, è il vostro datore di lavoro: vi riconoscete in questa eventualità? Essere giudicati o sminuiti per un errore di valutazione che, numeri alla mano, non vi appartiene per niente, ma che avete fatto. Un errore al quale siete stati indotti, o condotti. È l’ansia che vi ha accompagnato per mano in fuorigioco, è la paura di sbagliare che vi ha suggerito di fare l’unica cosa da evitare. Addirittura, non vi riconoscete più in quello che fate, perché odiate il vostro operato, asfissiati dal controllo e dal giudizio, superficiale e sbagliatissimo. Esatto, è proprio quello che state pensando. Vi è già capitato di vivere sensazioni così amare, vi siete sentiti tanto disorientati e lontani dall’essere tranquilli e soddisfatti da non riuscire a fare altro che sbagliare. Sbagliare a ripetizione, ancora e ancora. È questo che vi hanno inculcato nella testa, è quello di cui vi hanno convinto. Allora l’errore è diventato il vostro unico colpo in canna, l’epilogo che proprio non riuscite ad evitare. Il disprezzo del giudice piovutovi addosso all’improvviso -che non vi aspettavate perché il cielo era sereno- e la mancanza di fiducia cieca nei vostri riguardi: quanto hanno pesato sul vostro rendimento?

Prima da titolare per Diawara: uno dei migliori in campo, in assoluto
Prima da titolare per Diawara: uno dei migliori in campo, in assoluto

Il calcio è la sintesi più semplice e allegorica di quello che noi comunemente chiamiamo “vita quotidiana”. Il datore vessante è il tifoso medio. Voi siete Manolo Gabbiadini, siete Jorginho, siete Lorenzo Insigne o Pepe Reina. Voi siete Maurizio Sarri o chiunque sia stato messo sul banco degli imputati. Così una scampagnata improvvisata all’Enzo Scida di Crotone e un’amichevole contro la formazione locale, soddisfatta già solo per il fato di essere in serie A, diventa un crocevia, un aut aut, un testa-coda pericolosissimo, una sfida determinante. L’aperitivo è servito: “Sarri sbaglia i cambi, non fa giocare i nuovi, vanifica gli investimenti estivi, sta buttando una stagione, sarebbe meglio cercare un sostituto; Insigne è un arrogante, non passa il pallone come si deve, la porta non la vede, parla pure male, meglio cederlo al miglior offerente; Reina ormai è vecchio, fa una parata ogni sette partite, non prende più niente, è insicuro, è distratto chissà perché, sarebbe meglio prendere un portiere più giovane; Jorginho è fuori di testa, ha sulla coscienza la stagione intera, passa solo in orizzontale, non segna mai, starebbe meglio in panchina, forse addirittura meglio in un’altra squadra; Gabbiadini è un idiota (lo hanno scritto davvero), non vale niente, non ride mai, sotto sotto porta anche sfortuna, dovrebbe andare via, chiunque sarebbe meglio di lui“.

Continua il momento difficile per Manolo Gabbianini: rosso a Crotone
Lo sguardo di Gabbiadini quando il giudice di gara lo sta per espellere

Datore di lavoro despota e tifoso medio: noto una certa affinità. A Crotone la squadra ha avuto una reazione, dal cuore, che profuma di comunione di intenti, di patto di sangue. Ad ogni goal segnato, la squadra si è chiusa in un abbraccio che sa di scudo in cemento armato, a protezione del proprio ego dal tifoso-giudice, dall’occhio acido del despota ignorante. Ad ogni errore di impostazione, ho visto ripieghi difensivi repentini e grintosi a copertura delle zone lasciate sguarnite dai compagni in controtempo. Ho visto Pepe Reina mettere una pezza sull’inesperienza di Gabbiadini -caduto nella trappola- con una carezza che mi ricorda quella di un maestro che rincuora l’allievo: “Non preoccuparti, la prossima volta andrà meglio, lo so”. Ho visto Manolo uscire dal campo assalito dai suoi demoni, preso a schiaffi dalle sentenze di quiei giudici in cui sono mutati centinaia di tifosi. La mia domanda è: da che parte state? Io sto dalla parte del Napoli. Io sto dalla mia parte.