Muore d’infarto Gennaro Pagnozzi, il boss più longevo della Campania

Muore d’infarto Gennaro Pagnozzi, il boss più longevo della Campania

Un infarto lo colpisce all’uscita del Tribunale di Napoli. Aveva ottenuto i domiciliari in irpinia divenuta, nel tempo, il suo feudo. Aveva 77 anni, elemento di spicco della criminalità organizzata campana da oltre mezzo secolo

@Saverio Nappo

Gennaro Pagnozzi

Nella giornata di ieri, 6 ottobre, si è tenuto l’appello del processo che vedeva imputato quello che, ad ora, è considerato il boss di camorra più longevo della Campania. Si tratta di Gennaro Pagnozzi, meglio conosciuto come “O’ giaguaro”, settantasettenne originario di San Giovanni a Teduccio. Pagnozzi, finito il processo, si stava avviando verso l’uscita del Palazzo di Giustizia di Napoli, dal lato “Porzio”, quando avrebbe avvertito i primi chiari sintomi di un infarto. La situazione è degenerata in poco tempo, in presenza delle forze dell’ordine, che lo accompagnavano all’uscita, e del suo legale Dario Vannetiello. Gennaro Pagnozzi, lo scorso 5 agosto, aveva ottenuto, dalla Corte d’Appello di Napoli, gli arresti domiciliari nella cittadina di San Martino Valle Caudina, sua casa-base, dalla quale mancava da anni. Il boss, stando alla sua cartella clinica, soffriva da tempo di diverse patologie: era stato operato per un occlusione alla carotide, aveva un’insufficienza polmonare oltre ai noti problemi al cuore. Certamente gli anni di detenzione in carcere hanno aggravato, nel tempo, il suo quadro clinico, inducendo i giudici ad accettare la richiesta di regime carcerario ai domiciliari in irpinia.

Immagine della cittadina di San Martino Valle Caudina
Immagine della cittadina di San Martino Valle Caudina

Gennaro Pagnozzi è stato probabilmente uno dei boss più abili ad adattarsi ai differenti contesti. Fù uno dei primi a ribellarsi alla “legge di Raffaele Cutolo”, che impose “una tassa” su ogni cassa di sigarette di contrabbando in transito in Campania. La sua rottura totale col regime cutoliano lo portò a lasciare Napoli. Il terremoto del 1980 lo attirò in irpinia dove impose la sua partecipazione alla ricostruzione post-sisma. Si stabilì a San Martino Valle Caudina, dove sono ancora oggi le radici dei suoi sodali. Indubbiamente, sia la ricostruzione che il contrabbando di sigarette ebbero un ruolo determinante per la sua crescita economica e quella del clan che porta il suo nome. L’influenza del boss Pagnozzi, nel tempo, si espanse fino a sconfinare nella vicina provincia beneventana. Ma non solo. Si parla di lui nei processi che fanno riferimento a Camorra Capitale, filone investigativo del processo Mafia Capitale che ha sconvolto la città di Roma: dagli atti processuali e dalle dichiarazioni dei pentiti, si evince quanto Gennaro Pagnozzi fosse influente e potente anche nella capitale, tanto che persino i Casamonica -clan attualmente egemone a Roma- abbiano preferito non scontrarsi contro il volere del boss di San Martino Valle Caudina. Il suo nome compare anche nel processo Spartacus, che mise al tappeto il clan dei Casalesi: dagl’atti emerge che nemmeno con i clan di Casal di Principe corresse buon sangue.

Immagini delle indagini del processo Camorra Capitale
Immagini delle indagini del processo Camorra Capitale

Quello che lascia interdetti, è la sua capacità nello sfuggire al giudizio della legge. Anni di latitanza e assoluzioni clamorose (proprio come quella del processo Spartacus) gli hanno garantito oltre mezzo secolo di attività criminale. È interessante osservare come il “basso profilo” ma, al tempo stesso, il suo essere un “solista sopra le righe” lo abbia proiettato nell’elite dei criminali, lontano dal clamore mediatico, che ha giocato, spesso, un ruolo chiave nella caduta di molti imperi della malavita. Non a caso, è stato un infarto a fermarlo del tutto.