Sant’Antimo nella morsa della violenza. Le 36 ore che hanno sconvolto il paese

Sant’Antimo nella morsa della violenza. Le 36 ore che hanno sconvolto il paese

Nella storia dell’uxoricidio spunta un particolare inquietante che riguarda la famiglia dell’assassino. Confinato ai domiciliari l’uomo che ha sparato alla moglie e al figlio


SANT’ANTIMO – Un omicidio e un duplice tentato omicidio. È questo il bilancio della 36 ore di violenza che ha avuto come palcoscenico Sant’Antimo, paese di 30mila abitanti a nord di Napoli che in passato era balzato agli onori della cronaca solo per piccole vicende criminali.

UXORICIDIO. Alle 6.30 di mercoledì, in un auto in sosta a via Plutone, Carmine D’Aponte ha estratto la pistola e ha sparato a sua moglie Stefania Formicola. Una storia fatta di violenze familiari che andavano avanti da anni. Lui 33 anni e lei 28. Si erano conosciuti su internet. Poi il fidanzamento, il matrimonio e la nascita di un figlio. Da quel momento le cose sono andate sempre peggio. Carmine aveva difficoltà a trovare lavoro e sfogava le pressioni sulla moglie. La picchiava, la minacciava e una volta le ha puntato la pistola in faccia. Stefania, come tante altre donne prima di lei, non ha trovato il coraggio di denunciare. “Aveva paura”, dicono i familiari. Paura che la 28enne aveva manifestato in una lettera inviata ai genitori nel 2013 in cui scriveva “Se mi dovesse accadere qualcosa, pensate a mio figlio”. Una storia di ordinaria violenza sulle donne condita da un particolare inquietante che riguarda l’assassino. Carmine non è il primo uxoricida della famiglia D’Aponte. Suo nonno infatti aveva anche lui ucciso la moglie, ovvero la nonna del 33enne.

DRAMMA FAMILIARE. Trentasei ore dopo, in una palazzina di via D’Annunzio, a circa 2 chilometri dal luogo in cui è stata uccisa Stefania, si è consumato il dramma della famiglia Ponticiello. Il padre, malato di parkinson e da tempo costretto sulla sedia a rotelle, imbraccia il suo vecchio fucile da caccia e apre il fuoco contro suo figlio. Sulla traiettoria dei proiettili ci finisce anche la madre, la 50enne Loredana Angelini, che si è immolata per salvare il ragazzo. A spingere Leopoldo Ponticiello, 61 anni, ad aprire il fuoco sarebbe stata l’ennesima lite scoppiata con il figlio Andrea, 28 anni, l’unico dei cinque figli a vivere ancora in casa. Il padre voleva che il ragazzo mettesse “la testa a posto”, magari trovandosi un lavoro e smettendo di frequentare “brutti giri”. Andrea infatti aveva diversi precedenti per droga e in casa sono state ritrovate dai carabinieri alcune piante di marijuana e tutto l’occorrente per la coltivazione della cannabis. Madre e figlio sono stati trasportati d’urgenza all’ospedale di Giugliano ma sono fuori pericolo. Il padre è stato interrogato dalle forze dell’ordine e confinati ai domiciliari a casa di un parente. Le sue condizioni di salute sono incompatibili con il regime carcerario.

Ieri intanto si è tenuta una fiaccolata in onore di Stefania Formicola, decine di donne si sono unite al dolore della famiglia per chiedere una pena esemplare nei confronti dell’assassino. Oggi si terranno i funerali presso la chiesa Santa Maria della Provvidenza, nel rione don Guanella a Napoli.