Tesori di Giugliano, San Deodato Abate di Pacecco de Rosa

Tesori di Giugliano, San Deodato Abate di Pacecco de Rosa

Nuovi orizzonti stilistici e committenze di prestigio in un’altra delle opere ritrovate


GIUGLIANO – È un’altra di quelle opere ritornate alla città e che si credevano perdute quella raffigurante san Deodato, abate di Montecassino. Stavolta però non ci troviamo davanti allo stesso stile e alla stessa impostazione del San Giuliano, e quindi forse nemmeno davanti alla stessa mano dell’altra opera. Come detto però il de Rosa si faceva frequentemente aiutare da apprendisti di bottega, cosa che rende le sue opere di difficile attribuzione ma, tralasciando questi particolari ciò che salta immediatamente all’occhio è la luce che permea l’opera, ma anche la stessa ricerca cromatica ed espressiva.

È da questo che si può ascrivere il dipinto a una fase successiva della carriera dell’artista; una fase in cui, ormai interiorizzata appieno la fase caravaggesca, caratterizzata per un realismo spesso crudo, grazie al grande Massimo Stanzione, il de Rosa non contento si rivolge alle opere di un altro grande di cui lo stesso Stanzione tesseva le lodi: il bolognese Guido Reni. Per lo meno questo è ciò che racconta il De Dominici, e con questa fase siamo nel decennio 1640-1650 circa. È un periodo di continua ricerca espressiva per l’artista, le opere sono permeate di una nuova luce, una maggiore tensione verso il divino (basti guardare san Deodato rivolto verso la luce) rispetto al periodo precedente, più improntato su una tavolozza scura e su un maggiore patetismo.

Altra cosa che spinge a riflettere e che un’altra tela con le stesse caratteristiche stilistiche, ovvero il san Romito diacono, ha impresso lo stesso stemma di questa; ovvero un ermellino con un motto particolare: “malo mori quam foedari”, meglio morire che essere disonorato. Questo ha una storia tutta particolare, ovvero quella dei cavalieri dell’ordine dell’Ermellino, fondato da Ferdinando I d’Aragona nel 1465 a seguito di una congiura di palazzo ai suoi danni, ordita dal cognato e sventata. Egli non volle uccidere il traditore per non disonorarsi, ragion per cui il motto e la scelta simbolica dell’animale simbolo di incorrotta purezza, che pur di non sporcarsi è disposto a farsi catturare dai cacciatori, e a morire.

Questa storia arriva fino al XVII secolo con le tele di santa Sofia; le domande che sorgono sono: chi di preciso ha commissionato l’opera? E perché? Può riguardare anche l’episodio della battaglia che si svolse a Giugliano la vigilia di Natale del 1437 e che vide salvarsi Alfonso V d’Aragona (padre di Ferrante, o Ferdinando I di Napoli, colui che istituì tale ordine di Cavalieri) grazie al coraggio e all’abnegazione dei giuglianesi? Forse un atto di riconoscenza a distanza di due secoli? Un ricordo alla memoria? Tante sono le domande, altrettante le risposte da dare. Quel che è certo e che due dipinti su cinque portano questo stemma, con una storia che si intreccia con tante altre, un dialogo tra i secoli e la storia ancora tutto da scoprire.