Lo strano caso di Dries Mertens

Lo strano caso di Dries Mertens

Il Napoli sembra aver cambiato pelle, bypassandol’assenza della punta centrale con il gioco. Il primo tempo di Napoli-Torino (5-3) è la rappresentazione di un calcio nuovo. Mertens, autore di una “quadropletta”, è sicuramente l’uomo più rappresentativo del calcio nuovo di Maurizio Sarri

@Saverio Nappo

NAPOLI – Cosa significa migliorarsi? Cosa vuol dire che si è “superata l’asticella”? Come si può snaturare un contesto generandone uno totalmente nuovo? Come si fa a capire di averlo fatto? Se solo ci fosse un manuale a disposizione da poter consultare a seconda delle problematiche da affrontare o delle necessità impellenti sarebbe tutto più semplice, tutto più comprensibile. Sarebbe effettivamente facile capire il reale spessore del lavoro tattico costruito sulla rosa a disposizione, più che sulle capacità intrinseche dei giocatori che la compongono. Certo, è vero, avere Dries Mertens è una cosa, non averlo è un’altra. Ma è proprio lo strano caso del 14 belga che svela il significato del calcio secondo Maurizio Sarri, il 4-3-3 totale, l’armonica poesia del calcio costruito per possedere le partite per poi vincerle. Dries Mertens è l’esempio più diretto di come una squadra possa essere plasmata dinamicamente, nei singoli uomini e nel collettivo, per possedere. Possedere il problema, possedere la soluzione, possedere le variabili e le costanti. Possedere il campo, comandando il gioco.

Un goal ogni 91 minuti per "l'altro" Mertens
Un goal ogni 91 minuti per “l’altro” Mertens

Dries Mertens è un’ala offensiva. O meglio, lo era. O anche, lo è ancora. Dries Mertens è un’ala offensiva a cui è stato chiesto di spostare il suo raggio d’azione di una decina di metri verso il centro dell’area di rigore. Le caratteristiche tecniche e fisiche sono rimaste immutate, nel tempo. Maurizio Sarri, infondo, gli ha solo chiesto di liberarsi dai dogmi e dalle definizioni su cui sono costruiti i ruoli dei calciatori, su cui è costruito il calcio in senso lato. Ma non è anarchia, è propensione, è sposare una causa elevando il collettivo ad un livello – forse – extra calcistico. Non si spiega altrimenti come un calciatore nato e cresciuto per ricoprire le fasce laterali (alte) del campo si sia adattato con una certa efficacia al ruolo di punta centrale. Per capirlo dovremmo pensare come Maurizio Sarri, dovremmo vedere il calcio come lo vede lui, leggere le situazioni – presenti e future – come fa lui. Impossibile, verrebbe da dire. Forse meglio così. Ad ognuno il suo. Non ci resta che guardare come il calcio diventa un’altra cosa, diventa cooperazione, coordinazione, collettivo, supporto armonico e desiderio di possesso del proprio destino.

Mertens è il sessto giocatore del Napoli a segnare una quadripletta
Mertens è il sessto giocatore del Napoli a segnare una quadripletta

Uscire dallo schema su cui si basa il calcio non è un processo semplice e immediato. Come avrebbe potuto esserlo? Maurizio di strada ne ha fatta, sia in discesa che in salita. L’infortunio di Arek Milik ha richiesto un’accelerata improvvisa al processo di fuoriuscita dagli schemi. Maurizio sapeva che i tempi erano ancora acerbi e che sarebbe servito ancora un po’ di tempo prima che il concetto di calcio nuovo – attenzione, non “nuovo calcio” – fosse metabolizzato completamente dai suoi ragazzi. Qualche indizio, tuttavia, era facilmente leggibile. Era tutto sotto il nostro sguardo troppo distratto dalle leggi che governano il calcio tradizionale, sotto il nostro sguardo offuscato dal chiacchiericcio televisivo che ha distorto la realtà dei fatti. Il Napoli stava mutando in qualcosa di nuovo, in qualcos’altro, qualcosa che fosse funzionale al Napoli stesso, che richiedesse la partecipazione degli uomini giusti nei momenti giusti. La miglior stagione di sempre di Marek Hamsik, l’esplosione di Piotr Zieliński, la determinazione di Kalidou Koulibaly, l’inserimento progressivo e funzionale di Maksimović, Diawara, Giaccherini e Rog (l’unico ancora in ritardo nel processo di evoluzione tattica) sono sfumature dello stesso concetto: essere padroni del proprio destino.

Secondo goal stagionale per il centrale rumeno
Secondo goal stagionale per il centrale rumeno

La snaturalizzazione del calcio tradizionale, partita dopo partita, genera flussi convettivi di gioco che dalle fasce risalgono verso il centro del campo, dove vengono impreziositi, amplificati e poi incanalati. Con la presenza, in campo, di Gonzalo Higuaìn – lo scorso anno – e di Arek Milik – quest’anno – i flussi di gioco venivano incanalati inevitabilmente verso il terminale classico, con l’ausilio delle ali. Senza la punta centrale, il terminale dove incanalare i flussi di gioco è, effettivamente, il gioco stesso. Immaginate un abbraccio largo quanto il campo di gioco, immaginate di avanzare verso la porta a braccia aperte. Linea difensiva che lambisce la linea di centrocampo, mezz’ali che sfiorano le ali generando vortici di energia indecifrabile, il raggio d’azione del centrale di centrocampo lambisce quello del centrale d’attacco. Abbraccio, controllo, possesso del gioco, dell’avversario, del risultato. Lo strano caso di Dries Mertens che segna sette goal in sette giorni, che segna gli stessi goal del Gonzalo Higuaìn bianconero, è riscontrabile anche nell’evoluzione snaturata di Lorenzo Insigne in possesso della “visione nel tempo”, oppure dei centrali Vlad Chiricheș e Kalidou Koulibaly e Nikola Maksimović, naturalmente protesi verso la porta avversaria, coperti automaticamente dai compagni che scalano nell’abbraccio o di Josè Callejon, metronomo e creatore di equilibrio. Il 5-3 al Torino è solo il processo evolutivo che avanza, è solo il calcio che diventa un’altra cosa. Partita dopo partita.