Il perseverare innalza i vincitori

Il perseverare innalza i vincitori

Mister Sarri indovina perfettamente la lettura della partita, i campi e l’assetto della squadra, apparsa sin da subito padrona del gioco e del proprio destino. Perseverare nel culto del gioco continua a premiare l’allenatore che zittisce nel miglior modo possibile le critiche delle passate settimane

@Saverio Nappo

NAPOLI – Sono le 17, non riesco più a far niente. Tutto perde colore, importanza, significato. Provo ad ingannare il pensiero che corre verso chi è a Lisbona, nei pressi dell’Estádio da Luz. Amici, fratelli e centinaia di sconosciuti. Quell’enorme contenitore di speranze che s’affaccia sull’Oceano Atlantico è il centro dell’universo e calamìta, al tempo stesso, capace di attirare tutto quello che sono: anima, corpo, uomo e bambino. Manca troppo al fischio d’inizio e questo è un problema. Avrei dovuto dare retta a quell’amico che mi rimproverava di non esserci andato a Lisbona, forse avrei sofferto di meno. Preparo il borsone, penso che allenarmi possa aiutarmi quantomeno a non pensare. Effettivamente è così. Per un’ora, non di più. Provo a perseverare ma è tutto inutile, sono un copro senza enfasi, totalmente assente da me stesso, lontano anni luce dall’unico posto dove dovrei essere, dove ogni tifoso-fedele vorrebbe stare, alla vigilia di una partita così importante.

Perseverare innalza Maurizio Sarri!
Perseverare innalza Maurizio Sarri!

Saluto tutti, forse troppo velocemente. In mezz’ora sono fuori, ma l’aria continua a comprimermi il petto. O forse è l’ansia che sale, o è il troppo sale che ho messo sulla pasta qualche ora prima, perchè ero sovrappensiero. O forse non lo so, con esattezza non so più nulla. Manca un’ora circa, cioè un’eternità. Cerco aiuto nell’anestetizzante preferito degli anni 2000: perseverare nell’internet, perdere lucidità nel web. Il problema è che sono sempre stato un tipo alquanto metodico in alcune cose, tanto quanto confusionario in altre. Il calcio, ad esempio, l’ho trattato puntualmente con metodo, con rispetto e ordine. Decine di pagine prendono la mia attenzione e la trascinano attraverso il display. Mi ritrovo, da solo, in una prateria di corsi e ricorsi storici, dove le immagini passate si accavallano ad eventualità future suggerite dai numeri, annacquate dalle aspettative del mio ego da tifoso. Il da Luz rappresenta, grosso modo, una delle prime tappe di crescita del Napoli versione europea. Oggi, dopo anni, penso che quella sconfitta, il 2 ottobre 2008, sia stata necessaria per arrivare a quello che è il Napoli oggi.

Primo goal (con dedica) in questa Champions League per il 7
Primo goal (con dedica) in questa Champions League per il 7

Otto anni fa, il Benfica legittimava una superiorità tecnica e mentale con un secco 2-0, chiudendo le porte del paradiso al Napoli di Reja. Ricordo di aver provato la stessa ansia che mi ha cristallizzato l’anima, ieri, nell’immediato pre-partita. Bisognava difendere il 3-2 del San Paolo, a denti stretti, conquistato a denti strettissimi. Perchè perseverare in modo così masochistico, solo per fede? Sto perdendo di nuovo il contatto, in preda alle solite vecchie paure. Non mi aspetto niente dalla Dynamo di Kiev, anzi, mi aspetto che il Beşiktaş chiuda la pratica in mezz’ora di gioco, nel primo tempo. Torno a casa, scambio uno sguardo e dieci secondi di silenzio con mio padre che, dal canto suo, sembra tranquillo. Come faccia ad esserlo, dove riesca a trovare cotanto ottimismo, non ne ho idea. Il Napoli ha sorpreso tutti, qualche giorno fa, annullando l’Inter al San Paolo, con una prestazione intensa e coerente, divertente e prolifica, come quando tutti i pezzi dell’ingranaggio erano sani e sorridenti. Mancano trentacinque minuti al fischio d’inizio. Non ho fame, non ho sete, fumo a ripetizione, accendendone una con l’altra, prima di spegnerla. Mi aggrego ad una sparuta cerchia di fedeli, ultimi estranei agli esodi di massa, vuoi per lavoro, vuoi per seguire gli azzurri. Parolo poco, penso molto. Faccio un sorso, ne accendo un’altra. Ci siamo.

Scelta azzeccata, Mertens nel finale. Devastante
Scelta azzeccata, Mertens nel finale. Devastante

Cala il silenzio, la stanza è invasa dal fumo acre nel quale si mescolano tra loro le aspettative e le preoccupazioni, i dubbi su Gabbiadini, titolare, preferito a Mertens, in panchina. In preda ad un crollo nervoso, è come se abbia raggiunto il picco massimo di sopportazione coincidente con l’accettazione del destino che si sta compiendo. Sono calmo, rilassato, attento. Felice, a prescindere. Il Napoli comanda il gioco, scegliendo di perseverare con la fitta rete di passaggi, gestendo le folate offensive del Benfica come si fa con i bambini troppo vivaci: accompagnandoli a debita distanza, lasciandogli lo spazio necessario, come illusione di libertà assoluta. Il primo tempo scorre via veloce, quasi senza che nessuno se ne accorga davvero, sui divani nel tempietto dei fedeli dove guardo la partita. Lo smartphone richiama la mia attenzione, vibrando sulla mia gamba in tensione mal celata. Dynamo Kiev-Besiktas 4-0, fine primo tempo. È fatta. Sorrido, ma non esulto. Sono meridionale, sono sempre insoddisfatto, sono insaziabile. Penso, per un attimo, ai miei amici al da Luz. Vincere perseverando mi appare, ad un tratto, l’unica cosa da desiderare. Il secondo tempo è un alternarsi di numeri crescenti: percentuale di possesso palla del Napoli – chiuderà con il 54% – , numero dei goal della Dynamo a Kiev – finirà 6-0 – , occasioni pericolose dell’undici di Sarri, numero di reti del Napoli – segnano Callejon e Mertens – . Eppure il professore l’aveva già raccontata questa partita. Sarebbe bastato ascoltarlo.