Numeri e riflessioni, al giro di boa

Numeri e riflessioni, al giro di boa

Tempo di bilanci, ai nastri di partenza del girone di ritorno della stagione 2016/2017. Ciò che i numeri evidenziano è che il lavoro del tecnico ha dell’incredibile, per risultati ottenuti sugli uomini e sul gioco espresso

@Saverio Nappo

NAPOLI – Un anno fa, più o meno in questi giorni, il Napoli si laureava campione d’inverno dopo 27 anni dall’ultima volta, battendo il Frosinone (1-5) al Matusa. Ricordare ciò che è stato nel recente passato non vuole e non deve essere un puro exploit di nostalgia o sentimenti deleteri di questo tipo. Ritornare con la mente, con la lettura e i numeri ai traguardi raggiunti nella scorsa stagione è un modo giusto ed efficace per valutare la crescita di una squadra, a livello societario, di organico, a livello tecnico e tattico. Ma non solo. Ritornare a quei giorni, rischiando di riaprire ferite mai guarite del tutto, ci aiuta a capire anche come la città, o meglio il popolo dei fedeli/tifosi, si stia approcciando incredibilmente in modo più freddo e distaccato alla squadra che la rappresenta in Italia, in Europa e nel mondo. La testa comincia a girare forte leggendo i numeri, la mente comincia a generare quello che, dopo qualche minuto, è il giudizio complessivo personale, sulla crescita del Napoli, sui numeri, sulle aspettative. Siete davvero così sicuri che il dato peggiore provenga dalla “condotta” societaria o dagli obiettivi raggiunti sul campo dalla squadra? Se lo siete, vi sbagliate. Il dato peggiore, rispetto alla passata stagione, è quello dei presenti allo stadio San Paolo.

Primo goal in stagione per Emanuele Giaccherini

Il girone d’andata si chiude nel migliore dei modi, paradossalmente non con una partita di campionato, ma con una sfida di Coppa Italia. Di ottavi di finale di Coppa Italia, precisamente. La sfida con lo Spezia di Mimmo Di Carlo, vinta dal Napoli per 3-1 è il lieto fine col quale Maurizio Sarri conclude il primo capitolo della stagione 2016/2017. Lo Spezia, dal canto suo, non si è mostrato arrendevole e rassegnato. Nel gelo delle gradinate, ho immaginato, all’interno dell’involucro di lana col quale ho provato a proteggermi dalla morsa del freddo, che un atteggiamento come quello degli spezzini potrebbe rappresentare la soluzione all’ingrigimento di cui la serie A è, oramai, vittima. Cosa accadrebbe se le cosiddette squadre minori affrontassero le sfide con le grandi della massima serie a denti stretti senza fare nessun tipo di sconto? Che giovamento ne trarrebbe il massimo campionato se, ad esempio, il Palermo andasse a giocare a viso aperto, lottando su ogni pallone, la sfida allo Stadium? Quale arricchimento generale dei numeri della serie A si osserverebbe qualora il Bologna o l’Udinese combattessero, metro dopo metro, all’Olimpico di Roma? E se il Cagliari o l’Empoli, pur consci dei limiti qualitativi delle loro rose, difendessero il risultato a San Siro, con speranza alimentata a grinta?

 

Futuro e passato in una sola foto

Ironia della sorte, storicamente, questa sorta di esperimento calcistico si osserva puntualmente contro il Napoli, con tutte le difficoltà del caso. Tutto legittimo, per carità, tutto giusto. A parer mio, tutto anche gradevole, soprattutto in Coppa Italia. Resto con la speranza, una speranza straripante e quasi adolescenziale, che l’esperimento calcistico per eccellenza possa osservarsi ovunque. Al giro di boa, i numeri dicono che il Napoli ha segnato più reti della passata stagione (42 reti a 38) ma ne ha subite 7 in più (22 a 15). I numeri, freddi e spietati che siano, svelano il DNA di ciò che accade sotto il nostro sguardo spesso distratto. Ad esempio si legge che le occasioni pericolose create sono in numero minore rispetto alla passata stagione (250 a 261): se si considera che il numero di goal è addirittura aumentato rispetto alla passata stagione, dove il protagonista offensivo indiscusso era Gonzalo Higuaìn (record di goal in una stagione battuto a fine campionato con 36 reti), si capisce che il lavoro del tecnico sulla precisione e sull’applicazione di tutta la squadra è notevole, tanto da portare più giocatori alla conclusione, in modo più preciso possibile, tanto da risultare un fattore determinante. I numeri non solo non mentono mai, ma si dimostrano vicendevolmente: precisione al tiro migliorata (50% contro 46%), precisione al passaggio migliorata (87% contro 85%), nonostante una lunghezza media di passaggio identica a quella della stagione (17 metri).

18 presenze, 2 goal e due assit: numeri da top player

Il lavoro del tecnico è indubbiamente di spessore ma ad aiutarlo, quest’anno, c’è anche il maggior numero di giocatori con un livello tecnico notevole a disposizione. Lo scorso anno, all’esordio sulla panchina del Napoli – il primo club di alto livello –, Mister Sarri ha ottenuto risultati straordinari pur avendo gli uomini contati. L’applicazione della sua idea di calcio basata sul possesso del gioco come miglior arma, sia di difesa che di attacco, aveva bisogno di essere supportata con l’adeguamento della rosa. Con l’acquisto di giocatori dal potenziale tecnico esponenziale come Zielinski, Diawara e Rog – credete sia un caso che potrebbero comporre un centrocampo sarriano ex novo? –, unitamente all’acquisto di Maksimovic e Tonelli per ripopolare sufficientemente il reparto difensivo e all’acquisto di Giaccherini, adattabile nella turnazione delle mezzali e delle ali, ha permesso all’idea di calcio sarriano di espandersi fino ad impressionare positivamente molti addetti ai lavori, non solo in Italia. L’approccio alle partite della squadra è più autoritario, tanto da essere avvertito chiaramente soprattutto nei big match, dove il Napoli è sembrato tranquillo, rilassato, padrone del proprio destino, oltre che del campo. I 3 punti in meno rispetto la passata stagione, frutto di una sconfitta in più (3 sconfitte contro 2 della passata stagione), collocano il Napoli al terzo posto, alle spalle di una sorprendente Roma trascinata dal rinato Dzeko (13 goal in stagione, ma soprattutto schierata perfettamente da Luciano Spalletti, vero artefice del miglioramento evidente del gioco romanista) e della Juve (4 punti di vantaggio sulla Roma, con una partita da recuperare, contro il Crotone).

Numeri e filosofia, gioia e rivoluzione

I numeri raccontano anche come il tecnico sia stato in grado di ridisegnare letteralmente l’attacco della sua squadra, orfana della sua punta centrale, Milik, dal 2 ottobre scorso (ultima presenza in campionato in Atalanta-Napoli 1-0). Adattare Mertens al ruolo di punta centrale non è stato un lavoro semplice, così come non è così semplice spiegarlo con i termini “adattamento” e “falso nueve”. Tecnicamente, Sarri non ha cambiato solo il ruolo del 14 azzurro ma l’intera impostazione della squadra in fase di possesso, in modo da creare non solo le condizioni di superiorità numerica al limite dell’area di rigore avversaria, ma anche movimenti in grado di portare più uomini con differenti caratteristiche al limite dell’area, così da generare quella che è spiegabile con una sola parola: paura. La paura nasce dall’incognito, da ciò che non si riesce a capire e Maurizio Sarri, numeri alla mano, ha cambiato il suo Napoli rendendolo illeggibile e imprevedibile al limite dell’area di rigore, ma non solo. Prendendo il possesso del campo, del gioco, del proprio destino, ha permesso al suo uomo più vulnerabile nel ruolo più determinante di sentirsi parte di un contesto chiaro e presente, vicino a lui, a suo supporto. Risultato? Mertens è, al momento, il miglior marcatore del Napoli con 11 reti, una ogni 99 minuti giocati. Un goal a partita, per uno che, fisicamente, dovrebbe essere sovrastato dagli avversari, in quella zona di campo. Domenica, alle 15, comincia il girone di ritorno, con la sfida al Pescara al San Paolo. Milik sarà in panchina, dove già siede anche Pavoletti, acquistato dal Genoa per 18 milioni. Il destino non è scritto, il calcio non è improvvisazione ma studio, applicazione e filosofia. Il calcio è gioia e rivoluzione.