Imparare a perdere, imparare dalle sconfitte

Imparare a perdere, imparare dalle sconfitte

Sei punti su sei, pressing alto e costante per novanta minuti, tattica perfetta, applicazione massima: l’Atalanta ha meritato la vittoria. Ciò che resta è una sconfitta cocente dal quale gli azzurri e la piazza partenopea devono imparare la lezione, nel più breve tempo possibile

@Saverio Nappo

NAPOLI – Questa volta è stata dura, non lo nego. Ho dovuto imparare la lezione, in fretta. La Dea ha preso in contropiede anche me che, solitamente, sono il più cauto tra i fedeli. Mi sono ripetuto più volte che non me lo aspettavo, che non credevo che l’Atalanta potesse pressare alto per novanta minuti, che il timore reverenziale potesse, in qualche modo, appesantire le gambe ai ragazzi di Gasperini. Ragazzi, esatto. Sabato pomeriggio, in campo, al San Paolo, l’Atalanta schierava un undici con età media appena sopra i 25 anni per un valore medio di 5,42 milioni di euro. Ho stretto i pugni, li ho battuti sul ferro giallo della ringhiera, ho imprecato – neanche troppo tra me e me – ma ho osservato. Ho apprezzato. Si, ho apprezzato il coraggio e la coesione del gruppo del Gasp, inequivocabile espressione del pensiero calcistico del suo tecnico, capace di creare un meccanismo quasi perfetto ottimizzando al massimo le risorse a sua disposizione. A tal proposito, ci sarebbe da imboccare verità come questa ai numerosi detrattori spuntati fuori puntualmente dopo la pioggia abbattutasi su Fuorigrotta: Maurizio Sarri riesce a fare esattamente la stessa cosa, solo ad un livello più alto, con carichi di stress più pesanti, con responsabilità molto più gravose.

Caldara è il mattatore degli azzurri, MVP indiscusso

Preoccupazione, impotenza, sbigottimento: sensazioni che si sono impadronite della ragione di quasi la totalità dei quarantamila e più presenti al San Paolo. Compreso la mia. Mi sono sentito perso, indifeso, sotto i continui colpi del pessimismo cosmico innescato dalla sconfitta e alimentato dalle voci alla radio, di ritorno dallo stadio. Forse ho fumato troppe sigarette, la gola mi faceva male, la tosse era insolitamente insistente. In totale stato confusionale, ho spento la radio, alla ricerca della ragione nel silenzio della mia auto. L’Atalanta ha meritato la vittoria, il Napoli ha meritato la sconfitta. Ha meritato la quarta sconfitta in campionato, contro una delle formazioni più in forma, allenate dal tecnico che propone esattamente l’anti-modulo del 4-3-3. Serviva un approccio differente, certamente grinta, forse anche uno schieramento diverso come diverso poteva essere il modulo di partenza. È mia consuetudine scappare a gambe levate da ragionamenti che somigliano a quelli di un allenatore: a dirla tutta scappo – intellettualmente – anche da coloro i quali hanno anche solo la faccia tosta di volersi sostituire all’allenatore, soprattutto se egli risponde al nome di Maurizio Sarri.

L’Atalanta è stata abile a sfruttare le lacune difensive del Napoli

Tuttavia Hysaj è sembrato troppo stanco per arginare i virtuosismi del “Papu” Gomez, Zielinski è stato arginato troppo facilmente sotto la pressione asfissiante dei centrocampisti bergamaschi, Diawara è sembrato troppo distratto, la linea difensiva poco ‘lineare’. Forse una rotazione più costante potrebbe aprire scenari positivi inaspettati, fermo restando che «i ragazzi li allena il mister ed è lui l’unico in grado di schierare la miglior formazione». Stavo solo contestualizzando, come tutti voi. Stavo solo mettendo in ordine i pensieri, le idee. Dribblavo il dispiacere, per favorire la giocata più giusta che potessi fare: smetterla di essere provinciale. È provinciale colui che parla di crisi dopo la quarta sconfitta stagionale, è provinciale colui che vaneggia soluzioni tecnico-tattiche pensando di sostituirsi ad uno dei migliori tecnici del nostro campionato che, con ogni probabilità, non ascolterà mai la voce di tutti quelli che si scagliano contro di lui in nome di una non precisata esperienza maturata su campi che non sono mai esistiti. È provinciale colui che, ancora oggi, col Napoli che dondola tra il Bernabeu e l’Ezio Scida, tra il Da Luz e il Bentegodi, ancora non ha imparato a perdere. È provinciale chi dalle sconfitte non trae altro che la “disperazione-macchietta” che tutto trascina a picco con se.

Imparare a diventare grandi in un tempo breve

Che senso ha tutto questo catastrofismo? Che utilità può mai avere, per noi, per la tifoseria, per il nostro personalissimo modo di approcciarci al calcio? Se è vero che “il calcio è metafora della vita”, è ora di imparare a controllare il respiro, a calmare i battiti del cuore, a rilassare i nervi e a ragionare. Niente aiuta ad individuare un problema come la sconfitta, meglio ancora se inattesa, se improvvisa, se in casa. Scelgo di imparare dalle sconfitte, di crescere come appassionato e di allontanarmi dal provincialismo. Io scelgo di accettare la sconfitta in quanto tale, confinandola a qualcosa che accade nei novanta minuti della partita. Scelgo di informarmi, di farlo bene, scegliendo le fonti giuste, rifiutando tutte quelle che potremmo definire “scorie nocive per il ragionamento”. Maurizio Sarri ha più volte spiegato che quello del Napoli è «un progetto a lungo termine», che necessita e merita tempo e applicazione. Al netto di una Società che non equipara il livello tecnico che essa stessa ha contribuito a creare, io scelgo di imparare ad essere più europeo e meno tragicomico. Più obiettivo, meno provinciale e assolutamente lontano dall’essere macchietta di me stesso.