La differenza tra parlare e sapere

La differenza tra parlare e sapere

Si attendeva la risposta del tecnico e della squadra alle parole dure e fuori contesto del presidente, arrivate nel post partita di mercoledi scorso. La risposta è arrivata sul campo, al Bentegodi, (e su qualche social) e non in Tv, a differenza del post partita del Bernabèu

@Saverio Nappo

NAPOLI – Sollevo la testa fino a guardare il cielo azzurro, sgombro da nuvole, quasi fino a perdere l’equilibrio. L’avevo già visto qualche anno fa, c’ero venuto apposta dal centro della città, spinto dall’irrefrenabile voglia di capire cosa significasse davvero avere davanti agli occhi il Santiago Bernabèu. Rimasi qualche secondo senza fiato, lo ammetto. La prima cosa che spezza il fiato è l’imponenza, la maestosità. Poi, immediatamente dopo, sopraggiunge un senso di impotenza, ti senti piccolo, un punto infinitesimamente piccolo nella galassia calcistica che trova in quel tempio del futbòl uno dei suoi punti più alti, più importanti. La differenza con quella volta è che non ci avrebbe giocato il Napoli nell’ottavo di finale di Champions League. La Catedràl è una delle poche porte per l’Olimpo del calcio mondiale e non si possono ignorare le gambe che tremano quando ci si trova avanti ai suoi cancelli, alle sue torri, alle sue luci bianchissime e luminosissime. È assurdo pensare che un essere umano stordito dagli echi della storia del calcio che qui ancora rimbalzano da una tribuna altissima e l’altra possa restare impassibile e freddo, che sia esso un appassionato, un tifoso o un giocatore. Soprattutto alla sua “prima volta”.

La differenza tra giocare e sentire la giocata

Questo è quella che è definibile come una verità incontestabile, questo è quella che è la verità. Il Real Madrid, vincitore dell’ultima edizione della Champions League, è ancora oggi la squadra favorita per la vittoria dell’edizione 2016/2017. In squadra, con la camisèta blanca, gioca l’ultimo vincitore del Pallone d’Oro e in ogni reparto si possono osservare i migliori giocatori al mondo. Non ci sono scusanti nel calcio, è vero, non esiste alcuno specchio su cui provare ad arrampicarsi. Esistono, però, le differenze. Si osservano da sempre differenze tecniche, differenze tattiche, differenze di approccio, differenze stilistiche e culturali. Esistono persino differenze nel modo di stare allo stadio, per non parlare delle differenze tra gli stadi stessi. In questo caso, le differenze si trasformano in veri e propri abissi. A qualche calle di distanza dal Bernabèu, ad esempio, c’è il Vicente Calderòn – casa dell’Atletico Madrid – che è nient’altro che lo step intermedio tra la porta principale per l’Olimpo del calcio (di cui sopra) e il mondo dei normali che, a Madrid, è rappresentato dal Teresa Rivero, casa del Rayo Vallecano. Osservare i tre stadi di Madrid è come attraversare un cancello in ferro battuto che porta ad un uscio bellissimo, attraverso il quale si arriva alla fantastica porta principale.

Fare la differenza sul campo

Ma il Napoli indossa ancora vestiti normali, lo sappiamo. Non ha ancora il pass per la porta principale. È normale il suo universo calcistico nel quale gravita a velocità circolare e costante. Si avvicina al nucleo luminoso, un po’ alla volta, spinto fuori dalla sua orbita quasi per caso o scosso da implosioni improvvise che destabilizzano l’andamento regolare sulla sua traiettoria. Arriva Rafa Benitez, rivoluziona il microcosmo napoletano spingendo tutti lontano dall’orbita del provincialismo romantico, dal provincialismo da favoletta simpatica, e ne rimaniamo scossi e disorientati. Non riusciamo a riconoscere il miglioramento – l’avvicinamento al nucleo splendente – fino a quando il fautore dell’implosione non diventa storia passata. Accade, quindi, che arrivi Maurizio Sarri sulla panchina del Napoli, tra la diffidenza degli sbigottiti e la paura dei confusi. Accade che Sarri inneschi l’ennesima implosione, rivoluzionando del tutto il microcosmo napoletano già in inarrestabile mutamento. Ci appare incredibile, quasi inaccettabile, che un tecnico che risponde a quasi tutti i canoni del provincialismo marginale calcistico sia stato in grado di portare il Napoli calcisticamente in Europa. Ma non solo calcisticamente, a pensarci bene.

 

Praticamente ovunque in mezzo al campo, al dilà del goal

Quando sentiamo dire – spesso – che il Napoli del recente passato avrebbe tragicamente perso partite come quella di ieri al Bentegodi di Verona contro il Chievo che, non a caso, era considerato una bestia nera degli azzurri, non ci accorgiamo di possedere i parametri per riuscire a collocare questa squadra – e questo tecnico – in un’orbita ancora più vicina al nucleo luminosissimo del calcio. Eppure non capiamo, veniamo colti da timore, da sgomento, finanche da delusione mentre osserviamo la squadra cadere a cospetto del Real, nel suo tempio dorato. Ci sfugge di continuo che essersi avvicinati sensibilmente al nucleo – all’europeismo calcistico per eccellenza – non significa affatto esserci arrivati. Allora, mi ritornano alla mente tutti i battiti frenetici del cuore e le lagrime che ho cercato di trattenere quando Lorenzo Insigne si è preso gioco di Keylor Navas, infilandolo con un tiro a giro imparabile calciato da quaranta menti circa dalla porta ai piedi del Fondo Sur. Mi ritornano alla mente gli stessi medesimi battiti del cuore e le vene del mio collo ingrossate quando lo stesso Lorenzo Insigne ha infilato Stefano Sorrentino con il tiro a giro ormai suo marchio di fabbrica.

La differenza umana e professionale

Ecco, vedete, forse il punto è proprio questo: la differenza. È differente il peso della stessa giocata fatta contro il Real al Bernabèu e contro il Chievo al Bentegodi, ma non è differente il suo senso ultimo, ossia il perché sia stata fatta. Non c’è alcuna differenza sull’impegno messo da Insigne in allenamento pre-Real e pre-Chievo, grazie al quale quella giocata viene realizzata. Oppure, è differente la difficoltà nel tessere la tela sarriana tra le linee del suo 4-3-3 offensivo al Bernabèu e quella nel farlo al Bentegodi, ma non c’è differenza nella natura della squadra, degli uomini che la, con le loro vite che gli ronzano nella testa. E ancora, c’è differenza tra essere investitori/imprenditori ed essere presidenti: se nel primo caso si cerca il risultato – economico prima e sportivo poi –, nel secondo caso profitto e risultati sono ricercati in egual maniera, con eguale attenzione. Non c’è alcuna differenza, infine, tra il dire parole che sono come benzina sul fuoco in mezzo ad una tranquilla festa tra nuovi amici e lo starsene in silenzio dall’altra parte del mondo, ben nascosto tra le luci di Los Angeles. In passato, il Napoli sarebbe affogato tra le onde altissime, durante l’ennesima tempesta – scavate nella vostra memoria, ricorderete – ma non lo ha fatto, anzi. La cosa peggiore che è capitata, invece, è stata un quarto d’ora di black out, nato da un errore banale di Koulibaly che ha favorito Meggiorini, sull’1-3. Tra guardare partite e conoscere il calcio c’è una bella differenza, Presidente. Tra parlare è sapere, si, c’è una bella differenza.