Con i piedi per terra e la testa sulle spalle

Con i piedi per terra e la testa sulle spalle

Vittoria pesantissima quella dell’Olimpico che, oltre ai tre punti, da al Napoli la consapevolezza di avere un’identità forte, chiara, costruita dal suo tecnico. Ora testa alla super sfida al Real, coscienti delle proprie capacità

@Saverio Nappo

NAPOLI – Vai al Santiago Bernabéu e dopo qualche minuto di ambientamento passi in vantaggio. Poi, al novantesimo, hai preso tre palloni pesanti. Qualche giorno dopo, a Verona, sei di nuovo tu, sempre lo stesso, che ti aggrappi alla tua natura, al tuo gioco. Prendi i tre punti, in scioltezza, per poi far ritorno a casa. Lì, sei giorni dopo, arriva l’Atalanta dei miracoli. È uno scontro diretto, ma le cose non vanno per il verso giusto. Qualcosa, nel dispositivo difensivo sembra fare corto circuito: 0-2, sotto una pioggia di opinioni non richieste. Nemmeno il tempo di tirare il fiato ed ecco che sei a Torino, allo Stadium. Passi in vantaggio, chiudi il primo tempo avanti, col gioco e con la testa. Poi, al novantesimo, hai preso di nuovo tre palloni pesanti. Non passano molti giorni che, all’Olimpico, la Roma di Spalletti aspetta già, pronta alla contesa che vale l’ingresso in Champions dalla porta principale. Passi in vantaggio, chiudi il primo tempo avanti, col gioco e con la testa. Un brivido mi fa accapponare la pelle. Qualcosa di già visto, come un rigurgito acido, il ritorno di qualcosa che non ho digerito. Che non riesco a digerire.

Un goal ogni 90 minuti giocati: testa, cuore e classe

Sono seduto, imbalsamato in pochi centimetri quadri di divano, con lo schermo enorme che mi fa da Sole. Mi offre una carrellata di numeri con cui riesco a preparare il mio calmante medico. Il Napoli conduce il gioco, è suo il possesso del pallone, sono sue le azioni più pericolose, sono suoi gli uomini più brillanti in campo. Principalmente, è sua l’inerzia della partita. Il calmante a base di numeri con cui ho sedato la mia tensione durante l’intervallo mantiene il suo effetto fino all’ottantesimo. Dieci minuti più recupero al triplice fischio. Intanto il Napoli ha legittimato la superiorità in campo, grazie ai goal numero 55 e 56 – in 171 partite – con la maglia del Napoli, il numero 17 e 18 in stagione. Qualcosa, però, si inceppa. Qualche ora dopo, saranno gli stessi numeri a confermare la prima impressione, schiacciata inevitabilmente dai cattivi presagi. Quei pochi centimetri quadri di divano diventano incredibilmente scomodi, inospitali. Eppure sono fermo, immobile, dal primo minuto della partita. La Roma spinge veementemente, alla ricerca del pareggio. Strootman prepara l’epilogo a cui mancherebbe l’esclamativo finale. Che arriva, ma a parti invertite, con la 25 sulle spalle che dice ‘Pepe Reina’ a chi ancora ha la forza di guardare.

https://www.youtube.com/watch?v=tBccl5HQZpw

Dzeko è stato spettatore aggiunto, ingabbiato a perfezione

Il racconto di una partita al cardiopalma, vedete, non è ciò che vi suggerisco. Piuttosto, vi invito a prendervi un attimo, il giusto necessario per comprendere ‘il calcio’ che Maurizio Sarri sta impiantando nella testa dei suoi ragazzi. Probabilmente, moltissime squadre, molte anche blasonate, sarebbero andate in tilt sotto una tale pressione agonistica e sociale. La stampa, le tv, le polemiche, le opinioni, il politically correct e gli interventi a gamba tesa, le analisi autorevoli e quelle verosimili: provate ad immaginare tutto ciò, riversato nella testa di ogni interprete che, in sostanza, compone la squadra. Il primo immediato effetto a palesarsi sarebbe stata la perdita di identità. Alla ricerca spasmodica di una soluzione – il più delle volte non richiesta – con ogni probabilità molti si sarebbero persi nei labirinti degli scenari possibili. Effettivamente qualcuno, l’ha capito (ad esempio qui): la Roma ha perso, soprattutto nel primo tempo, perché ha provato ad essere quello che non è, allontanandosi troppo dalla sua natura. Allora, seduto e in silenzio sul divano, ripenso alle parole piovute addosso al tecnico, Maurizio Sarri: cocciuto, testardo, limitato. Sorrido. Tutte parole spazzate via da una sola che le racchiude tutte, in chiave positiva: coerenza.

Vittoria pesantissima, di testa, di collettivo

La coerenza sta nella testa, sta tra le linee di passaggio, nelle transizioni tra fasi di gioco, negli assetti, nella scelta degli uomini. La coerenza sta nel tener fede alla propria idea di calcio, diffusa attraverso gli uomini schierati sul rettangolo di gioco. È per coerenza che Rog è effettivamente inserito nell’ossatura della squadra ed è sempre per coerenza che chi gioca meno effettivamente gioca meno. È sempre per coerenza che è sempre lo stesso Napoli, al Bernabéu e al Bentegodi, al San Paolo e all’Olimpico, sufficientemente camaleontico pur non allontanandosi dall’idea madre. La coerenza, vedete, è contagiosa. Influenza tutti, perché è giusta, perché alla fine ti restituisce quello che dai. La coerenza risiede in chi cresce, in chi sta crescendo, in chi sta provando a farlo. Il Napoli ha testa, ha un’idea, ed è coerente. Casa o trasferta, Champions o Coppa Italia, non fa alcuna differenza: il Napoli è il Napoli. Finalmente.