Ripartire da quei cinquantuno minuti in paradiso

Ripartire da quei cinquantuno minuti in paradiso

Quando da un’eliminazione si possono costruire le future vittorie. Un Napoli perfetto per tutto il primo tempo, annichilito il Real Madrid che poi passa anche con un pò di fortuna. Si riparte da qui

@Saverio Nappo

NAPOLI – Ho provato a scappare da questa partita. Si, ci ho provato con tutto me stesso, fino a quando proprio non ho avuto altra scelta che uscire allo sbaraglio. Le ho provate tutte: ho dormito, ho letto, sono andato ad allenarmi, ho portato fuori il cane, ho lavorato, ho scherzato con qualche amico su qualche cosa che non ricordo più e di cui non mi importava niente. Ho evitato lo sguardo di mio padre che cercava di tendermi una trappola, minuto dopo minuto. Ho bevuto molto caffè, troppo per quantificarlo senza rimorso. Ma, alle 15 del pomeriggio, non riuscivo a starmene seduto al mio posto, né a guardare distrattamente la televisione dribblando con nonchalance il campo minato delle trasmissioni monotematiche locali e nazionali. In men che non si dica ero in auto, lanciato in tangenziale, un falso rettilineo che mi sembrava maledettamente infinito. Mi sono di stare calmo, che è solo una partita di calcio e che per quanto possa essere importante, storica, carica di significati e richiami storici… No, niente da fare. Non ero più io ad essere in quella partita, era la partita ad essermi entrata nella testa già da molti minuti, ormai.

 

Tre ore e 40 minuti prima del fischio d’inizio

Casello, niente code. Monetine lanciate al casellante, non lo guardo neanche. Curvone verso sinistra, supero il sottopasso. Dopo due minuti ho già parcheggiato. Cosa?. Tutto questo non è reale, non il giorno della partita, non a Fuorigrotta nel giorno della partita, non a Fuorigrotta nel giorno di ‘Napoli-Real Madrid’. Eppure è tutto vero. Il cielo sgombro concede al popolo dei fedeli l’accesso al ‘Catino’ in totale tranquillità. Come se l’acqua fosse acido muriatico. Tre ore e venti minuti al fischio d’inizio, forse sono andato troppo veloce in tangenziale o forse è il mio orologio che si è fermato di nuovo. La verità è che tutto mi appare come imbalsamato, fisso nel tempo che scorre pesantemente e lento. Un bambino indossa la sua sciarpa che gli dondola dietro la schiena in modo lento. Un soffio di vento fresco muove i pini marittimi di piazzale D’Annunzio che ondeggiano in modo lento. Il traffico è quasi assente anche se il tunnel che si inabissa sotto lo stadio San Paolo sembra inghiottire auto e motorini, costantemente, in modo lento. Tutto è lento, pacato, delicato, come se nessuno volesse rompere un equilibrio sottile che riesco a percepire, nell’aria, nella luce, nei sorrisi delle persone e nella lentezza stessa.

Pochi minuti al fischio d’inizio

Ottimismo, molti definirebbero così questa sensazione che rende Napoli nuova. Io, invece, credo che sia ‘coscienza’ la parola giusta, la chiave di lettura di ciò che vedo e avverto. Napoli è cosciente di quanto possa accadere, di quanto stia nel luogo delle cose reali e di quanto stia nel luogo dei miracoli. Il calcio non è solo un gioco, non è mai stato solo questo. Come si potrebbe mai definire in modo così riduttivo qualcosa che riesce a cambiare l’umore di una marea di persone, contemporaneamente, tanto da influire tangibilmente sugli spazi, sul tempo e sulla percezione stessa delle cose di un’intera città? No, non è solo un gioco e questa non è solo una partita. Qualcuno ha scritto (qui) che è una sorta di punto e a capo generazionale, un passaggio di testimone tra la Napoli maradoniana e quella post-maradoniana. Una partita di calcio che diventa spartiacque generazionale, che definisce il confine tra passato e futuro. Napoli-Real Madrid è buttarsi a capofitto verso l’incerto, coscienti che quanto fatto per essere lì è stato necessario, giusto, maledetto e inumano. Esatto, inumano. Perché il calcio è qualcosa che sta tra il terreno e il divino così come le sensazioni che dà. Noi, che siamo umani, non facciamo altro che lasciarci ammaliare dal fascino dell’incerto nel quale il calcio ci catapulta, partita dopo partita.

Curva B, stadio San Paolo

Sono passati pochi minuti dal fischio d’inizio ed io non me ne sono reso conto. Ho avuto la sensazione di galleggiare sopra e sotto una gigantesca onda colorata con ogni scala di blu. È stato come risalire a galla, seguendo la luce del Sole, unico riferimento. Non tremo più, non cerco spiegazioni, ne scusanti a cui aggrapparmi se le cose dovessero andar male. No, non è mero senso di accettazione. È ‘coscienza’, ancora una volta. Sono cosciente che il lavoro del mister è quanto di meglio si potesse sperare per affrontare i campioni d’Europa e del Mondo uscenti. Cristiano Ronalo, Gareth Bale, Karim Benzema, Tony Kroos, Marcelo, Sergio Ramos: no, non ho paura, non ho timore di questi campioni. Ho imparato a rispettarli ma a non temerli. Ho imparato ad essere cosciente di quanto possa essere fatto grazie al lavoro, grazie alla passione, grazie all’attitudine giusta. Tutto ciò non nasce dal niente e, soprattutto, non è assolutamente figlio del caso. È Maurizio Sarri, è la sua dottrina, è il suo pensiero. Ed è tutto ciò che ha aperto un varco nella dimensione in cui sta il calcio nel quale il Napoli ha delle sue coordinate specifiche. Non ho paura, la squadra non ha paura. Per cinquantuno minuti Napoli non ha avuto nessuna paura dei più forti, dei più ricchi, dei più completi. Quando si galleggia nella dimensione in cui sta il calcio, la paura cessa di esistere e tutto si riduce ad un pallone. Che rotola. Senza fermarsi. Senza paura.

Dries Mertens, a pochi minuti dallo scadere del primo tempo

Per cinquantuno minuti è stato, forse, il Real Madrid ad aver paura di ritrovarsi al posto sbagliato al momento sbagliatissimo. Cinquantuno minuti, «11 tiri a 5, 8 azioni in open play a 3, 11 cross a 1, addirittura il 60% di duelli aerei vinti» (Alfonso Fasano, ilNapolista, qui). Cinquantuno minuti, lontani dalla percezione della quotidianità, cinquantuno minuti ad un passo dal paradiso del calcio, nella dimensione dove sta il calcio. Dove non esiste la paura. Non c’è stato il lieto fine, non questa volta. Sergio Ramos è salito troppo in alto, per due volte in pochi minuti. Al triplice fischio, il Napoli è fuori dalla Champions, di nuovo agli ottavi di finale. Il San Paolo applaude, canta, sorride. Non è compassione, né un dovuto ringraziamento per averci provato. Non questa volta. È coscienza, ancora una volta, di ciò che il Napoli sta diventando, del livello del calcio che si genera automaticamente attraverso le linee tracciate dal pallone che viaggia veloce. Viaggia veloce come l’adrenalina nelle vene al goal del vantaggio di Dries Mertens, come al passar dei minuti. Cinquantuno minuti: «la sensazione è che non ci sia questa grande distanza tra noi e il Real Madrid». È Maurizio Sarri che parla, colui che ha portato il Napoli cinquantuno minuti in paradiso.