‘NAgioia: tra le rampe di Pizzofalcone e le opere di Lamont Young

‘NAgioia: tra le rampe di Pizzofalcone e le opere di Lamont Young

Prosegue il viaggio nella Napoli meno conosciuta, dove la cartolina lascia spazio alla città nascosta


NAPOLI – Mai mi stancherò di ripetere quanta è bella la Napoli delle retrovie, dei posti dimenticati. Chi crede che tutto finisca col sole di Via Caracciolo commette peccato mortale.

Chiatamone, direzione Santa Lucia. Sulla sinistra, poco prima dell’incrocio, un curioso passaggio conduce alle rampe di Pizzofalcone, dette anche “Lamont Young”. Lasciandoci trasportare dalla lieve salita come se fosse una scala mobile, d’un tratto, ci troviamo in medias res nel mezzo d’una specie di oasi dove a destra e a manca razzolano bambini che giocano a rincorrersi. Il vertiginoso sali- scendi della Rampa è l’attrazione principale. Più si sale, più si svela il panorama: alla nostra sinistra è possibile mirare l’azzurro intenso dell’acqua marina che bagna l’isolotto di Megaride. Una palma posizionata nel mezzo delle strutture di due alberghi di Via Partenope è il perfetto decoro per uno scenario che quasi sembra esotico.

Un graffito camuffato da monito stradale segnala: “Non parcheCiare- pericolo di morte”. Che l’autore faccia sul serio o meno, non importa. Qui tutto è concesso per effetto di un’usucapione di diritti soggettivi ormai dilagante. Da queste parti l’abusivismo non esiste: è un concetto che riguarda solo coloro che vivono tra “le mura della città”, quelli ai quali gli abitanti di queste rampe riservano lo smacco di passare inosservati, concedendosi abitazioni con vedute mozzafiato. Gatti randagi, qualche passante, sguardi sospetti degli autoctoni invasi, poi un grande castello neo gotico: Villa Ebe. Il suo autore è Lamont Young, un fine intellettuale di inizio novecento di origini scozzesi, che aveva dedicato la costruzione ad Ebe, la giovane moglie.

Young era un architetto, urbanista, artista, utopista che progettava di cambiare volto a Napoli. Disegnò il “Rione Venezia”, una laguna artificiale che da Via Santa Lucia a Bagnoli avrebbe costituito un polo turistico d’attrazione di ampio respiro europeo. Non se ne fece nulla, perché i prezzi delle gare d’appalto del Risanamento sarebbero stati troppo alti. Lo scozzese progettò, poi, il Parco Grifeo e il Castello Aselmayer a Corso Vittorio Emanuele e la stazione di Mergellina della prima metropolitana di Napoli. Morì suicida, all’età di novanta anni, lasciando ad Ebe la sua dimora.

Siamo sul Monte Echia, il luogo della genesi napoletana. Qui nel settimo secolo a.C. alcuni coloni greci provenienti dalla regione della Calcide ubicarono la loro acropoli, il centro politico sociale di Partenope. In questo posto sorge l’edificio della Sezione Militare dell’archivio di Stato: una costruzione vestita di rosso pompeiano visibile anche dal Lungomare che ha funto da sede del commissariato nelle riprese della serie Rai “i bastardi di Pizzofalcone“. Di fronte, una schiera di transenne alzate per proteggere i decennali lavori per l’ascensore che congiungerebbe Via Santa Lucia. Il completamento dell’intervento si fa attendere, ma i barboni che qui si sono accampati non sembrano soffrire lo stallo burocratico.

La nostra promenade procede per Via Nicotera, passando per la chiesa di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e scendendo verso Via Gennaro Serra. Ora siamo a Piazza del Plebiscito, col suo imponente colonnato che Ferdinando IV volle realizzare ex voto a San Francesco di Paola per avergli restituito il trono di Napoli, in seguito ai sussulti giacobini e ai moti napoleonici. Poniamoci al centro della Piazza, dando le spalle all’ingresso principale del Palazzo Reale e scrutiamo dal basso, adesso, lo splendore della collina più antica, dove tutto ebbe inizio.