Di Bentegodi in Bentegodi: un nuovo Napoli

Di Bentegodi in Bentegodi: un nuovo Napoli

Ho ripensato al 22 novembre del 2015. Centinaia di chilometri percorsi, risalendo un’Italia congelata, nascosta dietro un infinito velo freddo e bianco.

@Saverio Nappo

Ho ripensato al 22 novembre del 2015. Centinaia di chilometri percorsi, risalendo un’Italia congelata, nascosta dietro un infinito velo freddo e bianco. Era il mio “secondo” Bentegodi. Tuttavia, al triplice fischio, sarebbe stato il mio “primo” da capolista (momentaneo). Non mi importava niente dei soliti cori.  In effetti, ho sempre pensato che con quei cori, ogni avversario di turno ci risparmiasse la fatica di rimarcare delle differenze – anche sottili e concettualmente labili, calcistiche – che fondamentalmente esistono e chiunque rimarca, a prescindere, sempre. Quindi, che si canti pure, non c’è problema. Sabato sera, nella prima della stagione 2017/2018, le analogie sono davvero tante con quel “mio” “secondo” Bentegodi, del 2015. Si potrebbe partire dalla differenza di reti realizzate, dalle differenze tecniche e tattiche ufficializzate dal campo, dai cori di cui sopra, dal cielo grigio e dal freddo – anche se, questa volta, fuori stagione –, dagli obiettivi delle due contendenti diametralmente opposti.

Zittire il Bengegodi, segnando il goal del vantaggio sotto la curva di casa. Anno 2015.

Ebbene, più ce delle analogie, voglio parlare delle differenze. Due su tutte, che ritengo determinanti e capaci di far sorridere chiunque. Anche i più scettici o pessimisti su questa squadra. Il Napoli scese in campo con la sua impostazione tattica classica. Anzi no. Il 4-3-3 del 2015 non era esattamente il 4-3-3 odierno. Nemmeno la filosofia di gioco era la stessa, coerentemente con la rosa a disposizione e la distribuzione dei – loro – valori tecnici nel campo. Quindi: Reina, Hysaj, Albiol, Chiriches, Ghoulam, Jorginho, Allan, Hamsik, Callejon, Insigne, Higuaìn. Il Bentegodi masticò amaro. Insigne con quei cori che a noi non interessavano poi così tanto, ci si infiammò i piedi e l’immaginazione. Un goal per salutare i butei inferociti sugli spalti e un assist perfetto per il raddoppio decisivo del 9. Dopo due anni, per sette undicesimi il Napoli è lo stesso di quel freddo novembre 2015. In campo col 4-3-3 verticale: Reina, Hysaj, Koulibaly, Chiriches, Ghoulam, Jorginho, Diawara, Hamsik, Callejon, Insigne, Milik. Cosa c’è di diverso, allora?

Cavalcata ad alta velocità: assist perfetto per l’accorrente Milik; rete del doppio vantaggio al Bentegodi. Insigne: anno 2017.

La risposta può essere ricercata sulla panchina, ad esempio. Seduti su quella del Bentegodi-2015 c’erano: Cabral, Gabriel, Luperto, Henrique, Maggio, Strinic, David Lopez, Dezi, Valdifiori, El Kaddouri e Chalobah. Nove di questi giocatori su undici sono andati via o stanno per andar via. Sulla panchina del Bentegodi-2017 potevamo leggere i nomi di Rafael, Sepe, Albiol, Maksimovic, Maggio, Mario Rui, Jorginho, Allan, Rog, Ounas, Giaccherini e Mertens. Due di questi giocatori, nel 2015, erano titolari tanto inamovibili quanto imprescindibili per Maurizio Sarri. Solo due anni fa, il tecnico sapeva di avere una sorta di terra nullius – terra di nessuno – alle sue spalle. Oggi, con un appuntamento importantissimo a poche ore dalla sfida del Bentegodi, Sarri può liberamente scegliere di tenere in panchina Albiol, Maksimovic, Allan, Jorginho, Rog e – addirittura – Mertens. Contemporaneamente. Questo introduce l’altra differenza sostanziale e fondamentale di cui vi voglio parlare: la capacità di adattamento. Chi dice che il Napoli gioca sempre lo stesso (anche se meraviglioso) calcio, o non sa quello che dice o è evidentemente in mala fede.

bentegodi-hellas-ghoulam
Primo goal in maglia azzurra per Ghoulam, per il triplo vantaggio

Nel 2015 la superiorità in campo sembrò schiacciante: 67%-33% il possesso palla a favore degli azzurri, 22-4 (10-3 nello specchio) il parziale dei tiri a favore del Napoli, 4-3 il conteggio dei fuorigioco, sempre a favore dell’undici di Sarri. Tuttavia, nonostante il primo posto agganciato (raggiunta la Fiorentina) al triplice fischio, persisteva una latente e fastidiosa sensazione di ciambella senza il buco, come un buonissimo dolce indigesto, una vacanza al mare con il cielo grigio tutto il tempo. Dopo due stagioni, nonostante un goal subito – è necessario annoverare un goal subito su rigore tra le differenze? –, quella latente sensazione è svanita quasi del tutto. Mister Sarri applica il turn over con regolarità, spesso cambiando anche più della metà dei titolari che scendono in campo tra una partita e l’altra. Non c’è più il solo Higuaìn sul quale far confluire tutti i flussi di gioco, ci sono Milik e Mertens a dividersi il centro dell’area di rigore.

Arek Milik, quello che ride quando segna

Il polacco per i match spigolosi e chiusi, magari su campi non perfetti. C’è il belga per l’assetto migliore del Napoli migliore. All’occorrenza Mertens si mette a fare il Milik e viceversa. Il centrocampo è un valzer continuo che non sposta di un centimetro le asticelle del valore tecnico assoluto e del rendimento ma, anzi, rende possibile l’adattamento ai movimenti e agli schieramenti avversari, Di volta in volta. Tutto un altro Napoli, nascosto dietro un viso che ci risulta conosciuto. Il Bentegodi, intanto è sempre lo stesso. Fermo, grigio, imponente. Uguale ai primi anni 90, quando gli rifecero il vestito. Basta guardarsi intorno. Nel 2015 scrivevo: “Ora chiudete gl’occhi. Riposatevi. Giusto un po’, in questo Lunedì senza voce e senza vestiti o catalogazioni. Poi, torneremo a rincorrere il sogno a cui nessuno vuole dare un nome. Per ora.”. La verità è che ora quel nome non fa poi così paura.