Esame di avvocato, l’odissea raccontata da un partecipante al concorso

Esame di avvocato, l’odissea raccontata da un partecipante al concorso

In fila ai cancelli della mostra d’oltremare anche dalle 2 della notte prima


NAPOLI – Esistono cose che nella vita che rappresentano tappe obbligate. Se in ballo, poi, c’è il destino professionale, occorre mettersi l’animo in pace: se si vuol essere almeno avvocato, bisogna prepararsi al consueto appuntamento abilitativo di metà Dicembre. Ogni anno, in media quattro-cinquemila laureati in Giurisprudenza che hanno svolto i diciotto mesi di pratica forense presso gli studi del circondario della Corte d’Appello di Napoli arrivano a Fuorigrotta, alla Mostra d’Oltremare, per raggiungere padiglione e varco d’accesso cui, per suddivisione alfabetica, sono stati assegnati.

La prassi vuole che bisogna essere pronti a prendere i posti migliori: c’è addirittura chi non dorme e si presenta ai cancelli di Piazzale Tecchio verso le due-due e mezza (di notte, per sciogliere ogni dubbio di comprensione). Per tutti gli altri la sveglia suona comunque molto presto e, dalle tre alle sette circa, si riempie l’enorme slargo della costruzione del Ventennio. Verso le otto, con i varchi che ormai traboccano di gente, si aprono i portoni e si procede al sommario riconoscimento con carta di identità alla mano. Comincia così la corsa ai banchi (che, a proposito, non sono assegnati) ordinati a coppia e che è possibile dividere con un compagno, tipo scuola.

Dopo già diverse ore dall’entrata (il primo giorno alle dodici, secondo e terzo non prima delle dieci) finalmente si procede alla lettura delle consegne. I protagonisti delle vicende giuridiche sottese all’attenzione del candidato portano nomi generici, ma ormai familiari ai giuristi in erba: Tizio o Tizia, Caio o Caia, Sempronio o Sempronia, Mevio o Mevia, ma anche i piccoli e non meno importanti Tizietto, Caietto, Sempronietto …

Dal momento della dettatura della traccia, insomma, comincia il vero esame che si riduce ad una prova di resistenza psico-fisica. Occorre, infatti: insonorizzarsi dal brusìo di sottofondo che continuamente si sente nel padiglione, riuscire a non ascoltare impropri suggerimenti (in qualche caso anche da parte di qualche commissario in delirio di onnipotenza), trarre spunto solo dallo schema logico coerentemente sviluppato e non farsi prendere dall’ansia dello scadere del tempo.

L’ordine, inoltre, è un tabù. Ai partecipanti si consentono ampie facoltà di movimento che dal banco possono alzarsi e andare ovunque: al bar, a fumare, possono raggiungere un collega, sviare la schermatura delle linee telefoniche, fermarsi a parlare, confrontarsi. I controlli praticamente non esistono: commissari e guardie penitenziarie (alias il corpo di polizia addetto in questi casi) lasciano correre qualsiasi palese elusione del bon ton concorsuale. Tutto sembra erigersi sull’equilibrio che si traduce col corollario “so, ma fingo di non sapere”.

Ebbene, avvenuta la consegna, il cui termine diventa molto labile, si esce dal padiglione e col proprio gruppo di colleghi (conviene sempre averne uno per organizzare turni ai varchi, occupare posti, dividere preoccupazioni e compiti) ci si dà appuntamento all’indomani. Le riposte ai tanti perché che è d’uopo porsi sono plurime e mai troppo precise.

Che non sia ragionevole creare una situazione del genere lo sa il Ministero, lo riconosce la Commissione, lo ammette la Corte d’Appello. Si può immaginare che con tutta questa libertà di fare e di movimento si venga facilitati, ma non è così. Un’altra cosa che il mondo deve sapere, infatti, è che un’altra prova comincia al momento delle correzioni che, sistematicamente, iniziano a metà Gennaio in una città diversa da quella in cui si è sostenuto l’esame ed il cui esito non arriva prima di Giugno.

Il lavoro degli esaminati di Napoli viene giudicato dalle commissioni, a turno di anno in anno, di Milano o di Roma. Ogni Corte d’Appello, almeno questo è quello che si dice, ha la sua peculiarità: Napoli è la più “buona”, data la relativamente alta percentuale di promossi; Roma ha le commissioni “medie”, perché la proporzione è di tre su dieci ammessi; Milano, invece, se ne infischia di promuovere, fa la “cattiva” e boccia tutti.

Questo vuol dire che il problema sta tutto nella serietà che diventa, ogni anno, sempre più un ostacolo. Se ci si confronta, se si riceve aiuti, cambia veramente molto poco: la correzione sarà tutto un altro paio di maniche ed anche il compito sufficiente potrà non essere valutato come tale.

Su questo punto, poi, le leggende (ma forse nemmeno tanto tali) si sprecano: si consegnano in massa compiti identici persino nelle virgole che, puntualmente, non ricevono la stessa valutazione. La correzione, del resto, è un fatto fisiologicamente soggettivo e, non esistendo parametri, non si possono pretendere voti sempre opportuni. L’ingiustizia, però, c’è: come si giustificano su due o più elaborati scarti di valutazioni tra la piena mediocrità e magari la quasi eccellenza?

Nulla quaestio: tutto sembra essere veramente architettato a tavolino per ledere sensibilità e pazienza dei tanti che in quei tre giorni vengono spinti solo dalla logica dell’istinto di sopravvivenza. Ognuno è complice di sé stesso. È il sistema che ci vuole così: gregari e biechi al punto giusto, per poter mandare avanti la parvenza di un esame di abilitativo che abbia tutti i crismi della regolarità.

avvocatoDiciamocelo chiaramente: attorno all’affare esame di avvocato gira economia. Codici di diritto civile e di diritto penale annotati con la giurisprudenza (almeno settanta euro l’uno), tasse di esame (in tutto quasi ottanta euro), eventuali corsi di preparazione (settecento/ ottocento euro in totale per gli intensivi), parcheggio auto per i tre giorni (circa sessanta euro), benzina e vari ed eventuali sono, infatti, spese che ogni candidato deve per forza di cose sostenere.

Ancora una volta la logica del “far campare” attanaglia ogni risvolto; il dio denaro, qui più volgare e pagano che mai, muove ogni cosa e bandisce qualsiasi pretesa di correttezza e probità. Non c’è bisogno di scomodare la Institutio di Quintiliano o le orationes di Cicerone per trovare appigli al mos maiorum giuridico: basterebbe solo buon senso e onestà per ammettere che sorte e fortuna, combinate alle milleuno probabilità del caso, possono rendere, in linea di massima, molto di più del merito.

A questo male c’è di peggio: chi ha potere, finge di nulla.  A cosa ascrivere l’ignavia dimostrata nel confronti di tutto questo, da quando l’esame di avvocato è diventato una farsa?

Bisognerebbe abdicare a sé stessi, al proprio ruolo di avvocato affermato, di componente dei consigli degli ordini per mettersi in discussione e, finalmente, sporcarsi un po’ la faccia col dire finalmente la verità. Sul tema esame di avvocato, nessuno parla: si sospira, si cambia discorso e mai nulla cambia.

Il corporativismo sta producendo l’opposto concettuale della ratio fascista che lo aveva concepito: una guerra di tutti contro tutti che si ammazzano per poche centinaia di euro al mese (ammesso che i clienti paghino). Ed in questo contesto, assicurarsi quel poco di potere che è rimasto, in nome di una lobby nella lobby, è forse l’unica cosa che rimane da fare.

Nel frattempo, però, la giostra dell’ipocrisia non si ferma: da un lato la Mostra d’Oltremare assai prossima ad un girone dantesco, dall’altro il Tribunale, le elezioni dei consigli, le iniziative sul decoro o l’onore della attività forense. Lo sguardo attonito di chi è nuovo a questo contesto descrive a pieno ciò che si è costretti a vivere: un’apocalisse professionale che non arriva mai, perché nel lento stillicidio del tirare avanti si trova, contrariis reiectis, alternativa.

De “il sole” di De Marsico che “tramonta sul tavolo di questa Corte d’Assise” non v’è rimasto manco un raggio e delle arringhe a Castel Capuano di Franco Nero ne “i guappi” di Pasquale Squittieri non se ne ricorda più nessuno, ma non è un problema, perché il sistema di valori esiste solo in quanto esempio o riferimento. Fare l’avvocato oggi, insomma, ovviamente è altra cosa. Il sogno di chi spera in una professione migliore, del resto, è ormai corrotto dalla realtà e mitigato senza dubbio dalla tangibilità della scarsa opulenza. Non costringeteci a credervi, però, e ad essere vostri complici, facendo parte di questo basso sistema dominato dal peggiore dei silenzi.