Storie, vite e cultura nostrana nella nuova rubrica: l’Ammazzacaffè

Storie, vite e cultura nostrana nella nuova rubrica: l’Ammazzacaffè

Chiacchierate senza prendersi troppo sul serio, con la leggerezza tipica del dopo pranzo


L’Ammazzacaffè. Il momento conviviale è uno dei più grandi piaceri della vita e spesso si sente il bisogno di gustarne fino in fondo la compagnia, condividendo riflessioni di vario genere. In certi frangenti ci si vuol sentir liberi di parlare senza particolari inibizioni e, privi di problemi di contenuto o forma, si dà il la, spesso, a discorsi forse pressapochisti riguardo qualsiasi cosa.

Lungi dall’elogiare la superficialità concettuale, se c’è una cosa da apprezzare, ebbene, questa è la leggerezza con cui si è soliti lasciar muovere le proprie labbra che riportano tutto ciò che passa per la testa.

La leggerezza di fine pasto, in buona sostanza, è momento propizio per lasciare che ogni turpe pensiero venga spazzato via e che ogni sfogo segua l’allegro filo dorato del compiacimento della compagnia. Al post pranzo si conferisce, allora, ufficialmente il crisma di fase prolifica della creatività che, in quanto tale, va tutelata.

Fisiologicamente al banchetto segue il tipico bisogno dell’”abbiocco”: esso va sedato col caffè per stimolar la veglia. In ogni caso non bisogna essere troppo lucidi: che la veglia venga, allora, stordita dall’alcool dell’ammazzacaffè, ovvero una buona dose di liquore spiritoso e forte, leggermente insaporito da un aroma, che impregni il palato e connoti ogni parola o frase più o meno calibrata.

Con l’ammazzacaffè è concesso tutto: critica, satira, comicità, sfoghi personali, racconti. Guai a prendersi troppo sul serio, però, perché ogni commensale astante non l’ammetterebbe.

Da buoni figli della Magna Graecia amiamo vivere tanti piccoli momenti di piacere e di ristoro che appaghino i sacrifici quotidiani. Ed in nome della spensieratezza ed in forza della libertà di lasciar muovere liberamente gli ingranaggi del cervello con le sue sinapsi, la proposta è di ritagliare uno spazio in cui poter parlare di tutto: dalla cultura allo sport, dalla politica alla società, dall’arte al cinema. Nessuna pretesa di onniscienza, per carità! Però si è liberi pensatori ed è giusto anche fare in modo che ogni considerazione ricerchi e trovi la propria dimensione.

I greci, si diceva: forieri della cultura della retorica, crearono l’agorà, un luogo cittadino in cui incontrarsi e discutere. All’agorà, però, preferisco il symposium, momento conviviale che faceva seguito al banchetto durante il quale col massimo della spensieratezza ci si concedeva a qualsiasi genere di discussione.

Ebbene tra simposio e momento dell’ammazzacaffè il minimo comune denominatore è medesimo: affranchiamoci dalle fatiche della vita e concedetemi, se vi pare, una serie di riflessioni su quello che gli occhi notano, su ciò che le orecchie odono.

Non c’è da porsi alcun limen: da parte mia solo il divertimento di raccontare e commentare episodi, storie e vite e voglia di recuperare, magari, dal passato pezzi della cultura nostrana espressa in parole, film e musiche. Il tutto, come detto, senza mai prendersi troppo sul serio, perché proprio non può esistere argomento pesante proferito al sapore dell’ammazzacaffè.

 

“Quando ci troviamo in questo luogo da amici,

dobbiamo ridere e scherzare osservando la virtù,

godere della compagnia, divagare e motteggiare

l’un l’altro in modo che se ne possa godere.

Vengano poi le cose serie e chi vorrà, ascolterà chi avrà da parlare.

Questa è la virtù del simposio”

 

(Anonimo, IV secolo)