L’Ammazzacaffè: su “i nuovi comici”, i grandi artisti che hanno fatto cinema nei primissimi anni ’80

L’Ammazzacaffè: su “i nuovi comici”, i grandi artisti che hanno fatto cinema nei primissimi anni ’80

A dare voce a tutto questo, giovani intellettuali: i nuovi comici. Benigni, Troisi, Nanni Moretti, Verdone, Nuti, Nichetti


cinema

C’era un’epoca in cui il cinema andava forte e quello italiano in special modo. Internet non c’era, la televisione aveva contenuti più che altro limitati e si andava al cinema, allora, quasi per sfuggire ai caroselli ed ai palinsesti Rai con Carrà, Pippo Baudo e Corrado. La varietà di scelta non mancava, perché le agenzie di produzioni non indugiavano a sperimentare e attingevano talenti da teatri, da varietà e da sale prove di palcoscenici di periferia.

La stagione politica era propizia: il ‘68 era passato da un pezzo e si aveva imparato a non dare nulla per scontato. Il fermento politico giovanile, il femminismo, la libertà sessuale, i nuovi temi e il superamento di vecchi equilibri sociali erano al centro dell’attenzione ed ogni cosa risentiva del dibattito che, rispetto agli anni precedenti, s’era fatto più maturo.

La contestazione, o semplicemente il libero pensare, era al centro di tutto e si avvertiva persino in ogni intreccio e/ o copione. In provincia ed in periferia, poi, si arrancava quasi ad accettare tante conquiste e la sfida più grande era vincere paure e resistenze.

A dare voce a tutto questo c’era un modello di cinema raccontato, per la prima volta forse, da giovani intellettuali: i nuovi comici. Benigni, Troisi, Nanni Moretti, Carlo Verdone, Francesco Nuti, Maurizio Nichetti erano i grandi narratori di quella epoca piena di conquiste e contraddizioni.

 

 

 

Erano i tempi del bene che Benigni voleva a Berlinguer, della voglia di Troisi di ricominciare da tre, dell’“Eccebombo” di Nanni Moretti, del “Sacco bello” di Verdone, del “Caruso Paskoski di padre polacco” di Nuti e dello spash che aveva fatto Maurizio Nichetti. Ognuno aveva il proprio modo di esprimersi, ma il filo conduttore era il medesimo: la voglia di dire con la propria filosofia di vita e con specifica cultura, traducendo in pellicola tutto ciò che si pensava a proposito di qualsiasi cosa.

Se i soggetti di Moretti erano d’un documentaristico che, col tempo, s’è rivelato profetico, in Troisi la timidezza e la difficoltà di stare a passo con le conquiste di genere del tempo veniva forse sdoganata per la prima volta con una serie di riflessioni raccontate con incertezze e perplessità. Mentre Verdone proiettava i suoi personaggi in un’attuale esilarante Atellana, Benigni giocava col potere, lo attraversava con le frustrazioni personali e lo viveva, rispetto alla propria condizione, come l’unica idea di redenzione possibile. Nuti era silenzioso: provocava chiunque con le sue espressioni, dolci e malvagie insieme, rivelatrici di una tenerezza tardo adolescenziale fortemente surreale. Nichetti, invece, giocava con un fumettismo e con una mimica quasi circense che confezionava una proposta unica nel suo genere.

Il luogo comune non esisteva e manco lo si dissacrava: lo si teneva lontano, come una cantonata da non prendere. Pena: buttare al vento la proposta intellettuale di vivere una stagione nuova, all’insegna dell’originalità e della critica alla pletora sociale.

Erano gli anni del “riflusso”, l’epoca che, forse, per ultima ha acceso il fuoco del dibattito, che ha irrobustito la coscienza comune e che ha dato il coraggio a molti di pensare uscendo dagli schematismi d’ogni convenzione. Ai “nuovi comici” va il merito d’aver dato il la all’ultimo vero sussulto culturale, prima di permettere alla storia di aprire una inspiegabile fase artistica di volgarità e conformismo, architettata da produttori assoldanti comici- pulcinella dalla battuta scontata, presunti artisti che conoscono i meccanismi della risata facile a memoria.