L’Ammazzacaffé: De André, la solitudine ed il bisogno d’amore che porta alla pazzia

L’Ammazzacaffé: De André, la solitudine ed il bisogno d’amore che porta alla pazzia

L’alluvione di Genova del ’70 fa da sfondo alla storia di Dolcenera


de andré

La solitudine può toccare ogni animo ed infierire notevolmente su ogni sensibilità. Se esistesse solo la razionalità, il sottile filo della ragione e null’altro, non avremmo problemi ma forse saremmo automi. E allora viva la rabbia, la sofferenza e tutto ciò che rende vive le nostre reazioni, anche se non sono gestite, spesso, sempre al meglio! “Dolcenera” è la più autoreferenziale delle storie d’amore cantate da Fabrizio De André. A viverla è un cieco, un sordomuto, anzi un pazzo, o meglio un uomo innamorato che non vede né sente ragioni.

È talmente preso dalla sua personalissima battaglia contro il mondo per ottenere la donna oggetto del desiderio, che nulla può impedirgli di isolarsi e, pazientemente, aspettare che arrivi. Sullo sfondo c’è Genova e la sua tragica alluvione del ‘70.

Le donne della città, in un lamento trascinato e commosso, curiosamente simile al contro canto delle tragedie greche, avvisano con “amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’è, amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê” il pericolo dell’acqua piovana divenuta fangosa che, “nera che porta via che porta via la via”, sta devastando la Città.

Il folle attende, nonostante l’apocalisse in corso, che la sua bramata amante venga a trovarlo e soprattutto non vuole che scopra quello che sta accadendo, o l’incontro segreto potrebbe saltare.

L’amore ha l’amore come solo argomento” è la frase romantica più bella di sempre: racchiude in una battuta sola, dal rumore secco e perentorio, ciò che mai può comprendere chi non è mai stato ubriacato di desiderio. Non c’è spazio, allora, per la lucidità. Si parla solo la lingua dell’amore ed il lessico della perdizione, incapace di percepire il benché minimo dettaglio di ragione.

Le voci femminili continuano ad urlare ed ad avvisare, mentre l’acqua entra in ogni buco di Genova, arrecando morti e disastri. Tutto, poi, finisce. L’acqua si ritira e la gente comincia ad uscire dai rifugi.

La voce narrante annuncia che la moglie di Anselmo, ovvero la donna attesa dal protagonista, è morta, trascinata dall’acqua e da essa uccisa.

così fu quell’amore dal mancato finale,

così splendido da potervi ingannare”

Del pazzo non si hanno notizie: non si sa se è scampato all’Alluvione e sta ancora sognando o se, invece, la tragedia ha colpito anche lui ed ogni cosa si è spenta.

Quello che è successo né è dato saperlo, né importa. È il senso del racconto raggelante il grandissimo perno attorno al quale interrogarsi.

Nelle proprie esperienze ci si è mai sentiti perduti in una storia “dal mancato finale”? È arrivata o no la “moglie d’Anselmo” a lenire le ferite dei graffi della propria emotività?

Che ne sa l’amico, fido consigliere, saggio e sano di mente, che ascolta gli sfoghi, dell’amore vero?

A lui, intanto, vanno i migliori grazie per la pazienza di ascoltare, ma dovrà capirlo prima o poi che è inutile giudicare, perché per ogni vero innamorato “l’amore ha l’amore come solo argomento”.

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