Ammazzacaffè: Faber e l’amore

Ammazzacaffè: Faber e l’amore

Già dai titoli di alcune canzoni si evince l’odio per lo strascico razionale, perché, se d’amore si tratta, è amore maledetto


AMMAZZACAFFE’ –  Fabrizio De André amava parlare d’amore.

“Amore che vieni, amore che vai”, “Canzone dell’amore perduto” e “Verranno a chiederti del
nostro amore” sono tre sonetti, preziosi componimenti che riflettono tutto il carico di passione
retorica del cantautore genovese.
Già dai titoli si evince l’odio per lo strascico razionale, perché, se d’amore si tratta, è amore
maledetto.

“L’amore che strappa i capelli è perduto ormai,
non resta che qualche svogliata carezza
e un po’ di tenerezza”
(da “Canzone dell’amore perduto”)

Ciò che De André musica è alto valore probatorio di un sentimento che difficilmente accetta mezze
misure e, quindi, non ammette surrogati.

È l’amore vero, quello cantato da De André, che si acuisce nelle distanze, si fomenta
dell’incertezza, implode nella paura di non essere corrisposti.

Anche in “Amore che vieni, amore che vai” è il nome della melodia ad introdurre, quasi in medias res, la bramosia di concettualizzare sin da subito ciò che vuol trasmettersi: immediato, in anafora, dunque, è l’antipodo concettuale che si ritorce contro ogni sano equilibrio sentimentale.

“Quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
un giorno qualunque li ricorderai
amore che fuggi da me tornerai”

E l’anafora, la contraddizione, si fa viva, ad esempio, ancora nei pressi della descrizione di un dettaglio in “Verranno a chiederti del nostro amore”:

“i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro

i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo”

Qui c’è tutto il resoconto infelice del terzo stadio di un rapporto consumato dall’abitudine ed
ormai ridotto a soliti riti, non più graditi.

L’amore per Faber è, allora, descritto in toto: vivo e morto, acuto e spento, vivace ed inerme.

Ci si ritrova in De André per ogni fase e sensazione vissuta: la novità e l’innamoramento,  la delusione ed il suo tipico magone e l’invecchiamento con la nostalgia del passato. E ci si riconosce nelle parole, negli assunti descrittivi, nei giochi causa- effetto d’ogni metonimia sensoriale e nei climax che, nonostante le dinamiche talvolta discendenti, non procurano che ebbrezza romantica.

Maestro di sensibilità, De André fa dei propri accostamenti verbali una sorte di corollario, sineddoche tutta intera del sentimento acceso o spento. Nulla è a caso per Faber e l’utilizzo di mirati termini fa retorica sonora per assunto emozionale di ogni tipo.

Solo chi non ama, chi non ha amato e chi non è mai stato amato non può comprendere quanto l’ ars narrandi del cantautore ligure sia descrittiva di gioie e malesseri dei topoi dell’animo.