Caso Sea Watch, la capitana Carola Rackete: “temevo suicidi a bordo”

Caso Sea Watch, la capitana Carola Rackete: “temevo suicidi a bordo”

“Ho chiamato più il porto per avvertire, ma nessuno parlava inglese”, accusa la donna


LAMPEDUSA – Si dice pronta ad affrontare le conseguenze giuridiche del suo “atto di disobbedienza e non di violenza” Carola Rackete, la capitana della Sea Watch 3 entrata nel porto di Lampedusa senza autorizzazioni. “Dovevo approdare, temevo che alcuni migranti potessero suicidarsi: a bordo alcuni migranti avevano dato inizio ad atti di autolesionismo“, racconta la donna. E sullo speronamento di una motovedetta della guardia di finanza: “E’ stato un errore, ho sbagliato la manovra”.

n un’intervista al Corriere della Sera e riportata da tgcom24, la comandante afferma di aver commesso “un errore di valutazione nell’avvicinamento alla banchina, sono molto addolorata che sia andata in questo modo. Non volevo colpire la motovedetta, non era mia intenzione mettere in pericolo nessuno. Ho chiesto scusa e lo rifaccio”.

“Temevo il peggio per i migranti a bordo” – In attesa di venire sottoposta al giudizio di convalida, Carola Rackete non può rilasciare dichiarazioni. Nel corso di un incontro con i suoi avvocati, durato circa tre ore, ha però chiarito le motivazioni del suo gesto. “Avevo paura. Da giorni facevamo i turni, anche di notte, per paura che qualcuno si gettasse in mare. E per loro che non sanno nuotare significa suicidio. Temevo il peggio”.

“Ho chiamato il porto, ma nessuno parlava inglese” – Sulle ragioni che l’hanno spinta a forzare il blocco navale proprio venerdì notte, la capitana della Sea Watch 3 dichiara di aver capito “che non saremmo sbarcati, quando sono stata convocata per l’interrogatorio fuori dalla nave. Ho rischiato la libertà, lo sapevo. Ho chiamato più il porto per avvertire, ma nessuno parlava inglese. Ho comunque comunicato che stavamo arrivando”.

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