Tesori di Giugliano, l’incoronazione della Vergine alla Madonna delle Grazie

Tesori di Giugliano, l’incoronazione della Vergine alla Madonna delle Grazie

L’arte Aragonese, un crocevia di influenze nella Giugliano del XV secolo


Madonna delle Grazie

GIUGLIANO – Era il 21 agosto 1978 quando l’antica chiesa della Madonna delle Grazie subì un grave furto, un antico polittico databile al xv secolo che troneggiava sull’altare fu trafugato. Ritrovato poco tempo dopo è stato successivamente lasciato in deposito presso la Soprintendenza per motivi di sicurezza e dal 2017 in restauro (ora presumibilmente se non ancora in deposito verrà esposto nel museo diocesano di Aversa).

È un’opera interessante ed enigmatica per molti aspetti; raffigura l’incoronazione della Vergine Maria sullo sfondo di un coro di angeli con ai lati Giovanni Evangelista e Giovanni Battista, quest’ultimo è quasi una nota stonata nell’opera difatti si notano subito le differenze stilistiche rispetto agli altri due pannelli, dalla maggiore profondità e spazialità all’espressività e ai toni utilizzati; sicuramente fu realizzato da un artista tardo – cinquecentesco per sostituire l’originario soggetto irrimediabilmente deterioratosi o danneggiatosi per altri motivi.

Sull’opera è controversa sia l’attribuzione sia la datazione, secondo A. Basile l’opera sarebbe del 1419, secondo altri del 1478, sulla base di un’iscrizione postuma, bisogna però considerare che i caratteri gotici al di sotto sono poco leggibili e riportano anche il nome di Giovanni Cacciapuoti, con molta probabilità il committente. Secondo Causa il polittico sarebbe da attribuire ad Angiolillo Arcuccio e alla sua fase iniziale ancora permeata da influenze tardogotiche, quindi la datazione sarebbe da spostare agli anni ’60 del Quattrocento, periodo della sua formazione.

Nel complesso l’opera è permeata dalla pittura gotica di stampo Catalano, in particolar modo la scuola Valenciana di Pagano e Jaime Baço; il primo però è documentato a Napoli tra gli anni ’70 e ’80 del XV secolo mentre il secondo a Napoli vi lavora nella prima metà del Quattrocento e a Corte è documentato nel periodo 1442/1448. Altro pittore afferente a questa cerchia e Juan Rexach documentato anch’egli nella prima metà del Quattrocento e allievo di Jaime. E con tutto ciò?

Si potrebbe dire che è più probabile un’attribuzione alla scuola di Baço che a quella di Arcuccio basandoci su una probabile datazione 1420-1450/60; l’opera però nel complesso è ancora medioevale nello stile, con cadenze tardogotiche, di un artista di sicura formazione napoletana con influenze ispaniche, catalane e Valenciane, grazie anche alla corte Aragonese. La grande libertà di questo artista nell’attingere alla tradizione ispanica si nota nel fondo oro (assai consunto), nelle figure eleganti e decorate (vedi il ricco manto della Vergine e il pavimento di azulejos) e nel gusto per l’astrazione che porta ad atmosfere quasi irreali.

Un’opera certo particolare e ricercata, testimone di un ricco passato che si spera possa ritornare presto nella propria città ed essere valorizzata come merita.

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