Crolla il muro di un palazzo, colpito da una betoniera: Francesco muore a 22 anni

Crolla il muro di un palazzo, colpito da una betoniera: Francesco muore a 22 anni

Ferito un altro studente che era con lui. Gli organi del giovane sono stati donati


BOLOGNA – Non ce l’ha fatta il ragazzo rimasto ferito martedì a Bologna, quando un muro, colpito dal braccio di una betoniera, è crollato e ha investito il giovane e un altro studente, che era con lui su un terrazzo e ha avuto lesioni meno gravi. Francesco Caiffa, 22 anni, è morto all’ospedale Maggiore in mattinata.

Sull’episodio, avvenuto in via del Borgo di San Pietro è aperta un’indagine, che ora diventerà per omicidio colposo, da parte dei carabinieri. Le macerie sono cadute sui ragazzi che si trovavano su un terrazzo, investendoli. Caiffa era apparso subito gravissimo ed era stato ricoverato in Rianimazione.

LA STORIA DI FRANCESCO, 22 ANNI

Non avere le idee chiare, e allo stesso tempo precise è normale alla sua età. Sarebbe diventato assieme agli amici di una vita il leader di una grande azienda, non sapeva ancora di cosa ma era sicuro che ce l’avrebbe fatta a raggiungere il suo obiettivo. «Essere il più felice possibile» dice con la voce continuamente rotta dal pianto Nicolò, un terzo fratello acquisito per Francesco, che era il più piccolo rispetto agli altri due avuti da papà Salvatore e mamma Anna. Compagni di banco ai tempi del liceo scientifico a Gallipoli, di nuovo insieme a Bologna, quando il 22enne scomparso in una tragedia senza senso amava già confondersi tra i tanto cari numeri, che qui sarebbero diventati il suo quotidiano alla facoltà di Scienze statistiche. Gli anni in cui cominciava ad ascoltare il rap e il reggae che l’avrebbero accompagnato fino a sotto le Torri, nella stessa città di Inoki Ness, l’idolo musicale tante volte ammirato dal vivo nei giorni bolognesi.

Il destino

Sembrava tutto perfetto, la città il centro del mondo e parte di un disegno rivelatosi invece una corsa verso un destino «inaccettabile» dicono gli amici. «Bisogna rendergli giustizia» urla Salvatore, anche lui pugliese ma della provincia di Brindisi, s’erano conosciuti qua, la triennale presa insieme in estate. Fresco di laurea, con la scelta dell’indirizzo biodemografico, Francesco a settembre aveva cambiato casa, via del Borgo di San Pietro 99, dividendo l’appartamento con due ragazze e un ragazzo. La terrazza dove stava prendendo gli ultimi raggi di sole d’autunno è stata le destinazione finale. Di nuovo quell’assurda e ingiusta trama. «La persona più buona del mondo — dice un altro amico — Non meritava una fine così, è morto come un cane mentre era a casa. Non è possibile che i guai ti entrano dentro casa». «Non si può morire così nel 2020» attacca Nicolò, «non è degno di una paese civile».
Gli amici e la Puglia

Insieme hanno attraversato i giorni più belli. Anche quelli del basket in via Libia e alla Lunetta Gamberini, e il calcio che per “Zacò”, come lo chiamavano a Gallipoli, era nerazzurro come l’Inter. Javier Zanetti e Lukaku gli idoli, «sabato mi aveva chiamato e avevamo parlato del derby» si dispera zio Cosimo, anche lui interista. «Era perbene, aveva tanti amici». Una ventina in Puglia quelli che da martedì scorso si ritrovano prima per smorzare l’angoscia ora per elaborare il lutto. «Ho detto agli altri che Francesco ci voleva uniti» «Era un top chef» il rimpianto di Salvatore, riempito di focacce e pane fatto in casa, le cose che amava cucinare. Assieme al pesce, «andava a pescare, ne sapeva tanto». La generosità è l’ingrediente principale in cucina. «Ne ho conosciuti tanti bravi ragazzi, eppure nessuno come lui. Ci hanno portato via un pezzo di cuore».
Il dolore

Piange a dirotto Francesco Pacella, coach e presidente dell’Asd basket Gallipoli, dove il ragazzo ha giocato dai 5 anni. «Era un ragazzo sincero, una voglia di vivere incredibile. Scalpitava davanti al cancello, voleva entrare a giocare, tirare e sentire il profumo del campo e del pallone. Amava i genitori, i fratelli e gli amici, teneva tanto a tutti noi». A 16 anni aveva detto basta, la famiglia teneva allo studio. Papà Salvatore, pensionato da poco e attivo nel volontariato e mamma Anna volevano si concentrasse sullo studio. Poi il viaggio a Bologna. «Un sogno per noi» dice Nicolò. «Lui l’amava, stravedeva per la città». Gli sembrava di avere tutto, mentre cercava la sua strada. «Mai triste o arrabbiato. Ogni situazione brutta sapeva capovolgerla in un secondo. Col senno di poi l’aveva capito prima che certe cose non sono importanti». «Si stava facendo il culo per trovare il suo percorso e non se lo meritava» è di nuovo Salvatore. «Ora sono in Puglia, se penso di tornare e non trovarlo, non vedo un senso». I genitori hanno acconsentito all’espianto degli organi, una famiglia unita quella del 22enne e chiusa nel dolore. «Che è di tutta la città» aggiunge il sindaco di Gallipoli, Stefano Minerva. Sarà diverso adesso. «Semplicemente, non sarà», piange inconsolabile Nicolò.

FONTE: CORRIERE.IT