Infermiera pestata al Cardarelli, ha anche una costola rotta: “Me ne vado, lascio la prima linea”

Infermiera pestata al Cardarelli, ha anche una costola rotta: “Me ne vado, lascio la prima linea”

La donna: “Venti anni fa subii un’altra aggressione e persi il mio primo bambino”


NAPOLI – Capelli strappati, ben 15 minuti nella mani dei criminali, in ginocchio e colpita violentemente con calci e pugni. La donna ha rischiato anche di essere cavata un occhio durante il turno di notte all’ospedale Cardarelli di Napoli. La vittima è Loredana Esposito, infermiera che è in prima linea nella lotta al Covid.

Due persone sono state denunciate: marito e moglie, 49 e 47 anni, genitori di una ragazza di appena 19 anni giunta in emergenza per un sospetto infarto ma poi dimessa perché non aveva nulla. Erano state identificate già quella sera dai carabinieri della compagnia Vomero intervenuti dopo un primo alterco.

La donna ha parlato di quanto accaduto quella notte ed ha rilasciato un’intervista a Il Mattino:

«Sono sotto zero, non dormo da giorni, ho dolori dappertutto, ho paura che la costola rotta, l’ultima, quella ad uncino, potrebbe lesionarmi il polmone. Sono avvilita anche sul piano psicologico. Io ho solo applicato un protocollo facendo il mio dovere. La paziente ha aspettato solo pochi minuti. Col Covid i malati che arrivano per altre patologie sono pochi e dopo il tampone rapido non attendono. Non capisco tutta quella violenza».

LA VICENDA

«Turno di notte, erano le 20. È entrata la giovane ragazza raccontando del dolore retrosternale. Era accompagnata dal padre che già non doveva essere presente in quanto lei maggiorenne. Ho assegnato il codice giallo e predisposto il tampone rapido. Stavo compilando al computer l’anagrafica della scheda di un altro paziente da inviare in medicheria e mi sono sentita strattonare e apostrofare in malo modo perché accusata di stare a perdere tempo su Instagram. Io che non sono nemmeno registrata sui social».

«Alle 2 di notte è stata dimessa, ha approfittato di un momento di pausa. Ero anche uscita per dare notizie ai suoi genitori in attesa. Sono entrata in medicheria. Ero di spalle nella tuta da Covid e mettevo a posto i farmaci. Ho avuto uno spintone e ho sentito tirare la cuffia e i capelli. Così bardata non riuscivo nemmeno a muovermi. Contemporaneamente sono entrati i suoi genitori e un’altra persona. Sono finita a terra. Mi è arrivata una scarica di calci e pugni. Una voce mi diceva che mi dovevano cavare gli occhi, un’altra che non sarei uscita viva. Ho pensato a una scena di Gomorra, la stessa spietatezza, lo stesso linguaggio. Non voglio più tornare a lavorare in prima linea. Preferisco un reparto Covid, da sola. Il mio lavoro l’ho sempre fatto con dedizione, attenzione e onore. Venti anni fa subii un’altra aggressione e persi il mio primo bambino. Ho rivissuto quel trauma. Mi sento sprofondare. Ho perso mio padre pochi mesi fa, ora sotto Natale avevo una serie di impegni con la parrocchia per aiutare i bambini più sfortunati. Ho male dappertutto ma a pesare di più è il trauma dell’intimidazione, le minacce, la paura. Un dolore dell’anima. Ho subìto una violenza inaudita senza perché»