A Giugliano il mandante dell’omicidio Livatino. Don Raffaele: “Sono stato tradito. Mi fidavo di lui”

A Giugliano il mandante dell’omicidio Livatino. Don Raffaele: “Sono stato tradito. Mi fidavo di lui”

Parla lo storico parroco della Chiesa di San Nicola che aveva accolto Gallea nel Centro Regina Pacis


GIUGLIANO – Lo aveva accolto nel suo centro Regina Pacis a Giugliano. Ora si dice “deluso” ma sottolinea che porterà avanti la sua missione con la stessa passione di sempre.

Lui è Don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri, per anni cappellano del carcere di Secondigliano e storico parroco della chiesa di San Nicola a Giugliano.

La “delusione” è invece Antonio Gallea, uno dei 23 fermati per l’omicidio del giudice Rosario Livatino. Gallea viveva a Giugliano in regime di semilibertà ed è considerato dagli inquirenti figura apicale della mafia agrigentina, la cosiddetta Stidda.

Originario di Canicattì, era stato condannato al carcere a vita per aver autorizzato dalla cella in cui era rinchiuso già allora l’eliminazione del giudice.

“È una grande delusione – dice il parroco all’Avvenire – gli avevo dato tutta la mia fiducia. Ma questo non cambia la nostra missione. Io non mi arrendo. Bisogna sempre offrire percorsi di riabilitazione e reinserimento ai detenuti. Una storia del genere non può mettere in cattiva luce tutti quelli che veramente vogliono fare un percorso di cambiamento”.

Don Raffaele lo conosce da 11 anni: “È stato per me – prosegue – un fulmine a ciel sereno. Abbiamo iniziato un percorso in carcere, poi diedi la mia disponibilità all’accoglienza nel Centro Regina Pacis della Caritas a Giugliano.

Cominciò ad avere permessi di uno o due giorni. Poi 5 anni fa ha ottenuto la semilibertà. Stava nel nostro centro e posso assicurare che era un volontario modello. Gli avevo affidato l’orto dietro al centro che ha accolto molti detenuti in permesso, frutto dell’attività pastorale a Secondigliano.

Si occupava di distribuire i pasti alla mensa dei poveri, anche durante il lockdown. Mi fidavo di lui. Apriva e chiudeva il centro”.

Gallea si era fatto notare non solo per le sue attività ma anche per un costante percorso spirituale: “Veniva a Messa e agli incontri di preghiera – dice ancora don Raffaele – e si confrontava con me. Io come padre spirituale ho fatto di tutto per lui. Sono sacerdote, devo dare la forza per riprendere il cammino. Per questo ora sono così deluso. Ma sto pregando per lui”.

I due si erano confrontati anche sulle vicende che avevano riguardato lo stesso Gallea: “Ne abbiamo parlato tante volte – sottolinea il parroco – ma faceva parte del suo passato e lui ammetteva di aver commesso un errore. Mi spiegò che lo avevano ucciso perché era integerrimo, non si faceva corrompere, anche grazie alla sua fede.

E per questo è stato molto contento per la beatificazione, anche perché aveva testimoniato al processo canonico. In questi anni con noi non è emerso nulla. Niente che mi facesse intuire qualcosa. Ho conosciuto anche la famiglia, l’avevo visto cambiato: evidentemente è stato bravissimo a fingere”.

Anche nell’ultimo periodo, negli ultimi incontri, Gallea sembrava seguirlo: “Ci siamo sentiti pochi giorni fa – ricorda ancora Don Raffaele – perché alcuni detenuti avevano ricevuto il decreto per il rientro in carcere il 28 febbraio. Lui lo aveva per il 31 gennaio. Io gli ho consigliato comunque di rientrare, per non commettere errori che gli potevano costare caro. E lo ha fatto: domenica è venuto a Messa, ha collaborato coi volontari, due giorni dopo ci siamo sentiti telefonicamente”.

La delusione è palese nelle parole del parroco che, però, rifarebbe tutto. È la sua missione e continuerà a crederci: “Se ha commesso reati – conclude – ce lo dirà il percorso della giustizia e Dio lo perdoni. Come sacerdote nessun problema ad incontrarlo di nuovo. Non chiudere le porte anche a chi ha sbagliato, ci dicono il Signore e papa Francesco, sempre disponibili a perdonare.

Purtroppo tra chi chiede un aiuto ci può essere qualcuno che continua a sbagliare. Ma non può essere una scusa per dire “non crediamo più a nessuno”. Conosco bene la realtà dei detenuti, molti si sono pienamente inseriti del tessuto sociale, poi purtroppo qualcuno non cammina bene. Ma non bisogna mai chiudere la speranza”.

Per Gallea, intanto, il decreto di fermo della Dda di Palermo, è stato piuttosto chiaro: “La lunga carcerazione per l’omicidio del giudice Rosario Livatino – si legge – non ha avuto alcun effetto di resipiscenza nel Gallea che, anzi, ha sfruttato la normativa premiale, prevista anche per i detenuti ergastolani, al fine di reinserirsi nel contesto criminale di appartenenza e tentare di ri-affermarsi, sotto il profilo mafioso/stiddaro, con i metodi che caratterizzano le associazioni mafiose”.